La lince


Non c'erano angoli liberi in cui potersi nascondere così pasticciò un insicuro sì per farsi portare a casa sua. Camminava di fianco l'auto, stordita, in bilico sul vago desiderio di tornare indietro. Rimasero in silenzio come per affidarsi ai rumori casuali del traffico, delle ambulanze paonazze: il suono delle urgenze altrui è una distrazione comoda. Era una donna rocciosa, scolpita come un albero dentro l'idea di sapersi viva solo affrontando  gli altri con tutto il suo essere. Tutto presentato come un pasto unico. Non lasciava mai nessuna parte di sé troppo lontana. Le stringeva tutte al petto, come un immenso mazzo di carte e con arguzia scartava prima le più basse fino a tenersi tra le mani i pezzi migliori per poi tirarli giù al momento giusto. Era una delle migliori giocatrici di se stessa e nessuno era ancora riuscito a vincerla. Scivolavano lungo la strada, inorriditi dall'imbarazzo di scoprirsi estranei e allo stesso tempo intimamente lucidi nella volontà di rimediarsi un nome nuovo, un volto sconosciuto con cui giocare. Scesero dall'auto che sembravano due fantasmi. Lui la prese per un braccio e la inchiodò allo sportello. Aveva le mani grandi, cavernose come nidi rugosi, cespugli di pelle che la donna non riuscì a contenere. Lui si perdeva nella smania di cercare in lei il numero tatuato, la carta più profonda che muove solitamente il disprezzo altrui. L'oscurità di quel luogo non permise alcun cenno di stupore, alcun gesto d'acuto clamore che potesse liberarli dal gioco. 

Non si erano nemmeno scelti, avevano solo messo in comune la notte. 
Lei disse che avrebbe viaggiato ancora a lungo - Turchia, Grecia, Italia - per trovare il lavoro sognato. Il verbo realizzarsi si costringe come riflessivo, in verità adopera un modo garbato perché la realtà sia subita, indotta dalla pressione corporea a sedimentarsi tra il cervello e il soffitto. Il lavoro sognato non era infatti che un'espressione letteraria, una beatitudine, uno sbadiglio d'infanzia. Lei avrebbe forato volentieri ogni carta del mazzo, pur di sedersi dentro quell'espressione tanto sottile e benigna: il lavoro sognato.  Eppure restarono chiusi per giorni dentro le reciproche braccia. Ogni tanto lei si alzava da quella confusione di carte sparse, rimetteva tutto in ordine e proseguiva con attenzione, cercando di non mostrare mai il numero tatuato. Il lavoro a quel tempo era l'antico modo di nominare una prestazione retribuita: alcuni riuscivano a farne una passione, l'ardore che al mattino permette di lanciare uno sguardo vivo dalla finestra, altri dovevano scartare le ipotesi del sogno e limitarsi a fare il dovuto per ricevere in cambio del denaro. Lei, tutta insieme, tutta compresa nella sua maestosa presenza, del sogno aveva fatto un'idea e dall'idea aveva tratto una carta non scartabile. Il sogno iniziò a somigliare all'idea quando, pensandolo, le sembrò di doverlo organizzare, ammaestrare in mille possibili soluzioni, respiri, affanni artificiosi, romanzi.

Una notte, lei, la donna, tutta insieme, sognò di essere una lince grigia, posata sulle rocce di un fiume in piena.  Si svegliò con le palpebre chiuse. Vide lui che le sbrogliava i capelli in silenzio con due minuscole dita.  La luce nella stanza era la stessa del sogno. Le carte erano tutte scoperte quella mattina ma lei non se ne curò più di tanto. C'era una bambina accanto al suo letto, rannicchiata su alcuni libri antichi. C'era una bambina e per questo la luce del sogno era ancora alta. La bambina contava tutte le pagine senza leggere nulla.  Era la figlia e la figlia era la carta non scartabile. La bambina misurava sottovoce le dimensioni dei libri e trascriveva ogni numero sotto i piedi della donna che per un istante, dopo tanto sovrumano solletico, dimenticò ogni viaggio, ogni radura lontana. Le ore passavano e il gioco tra i due non volle mai finire. Si cercarono l'uno dentro il corpo dell'altro, giorno e notte, sempre con la disperazione delle idee, sempre con la stessa cantilena delle voragini farcite e piene come grosse gatte in calore.

Quando la bambina scomparve si alzarono prima dell'alba. Il fiume aveva inghiottito i libri e le carte erano volate via. Lei quando piangeva, tutta insieme, sembrava una canzone. Lui voleva dirglielo ma non seppe scorticare la pelle della lince. Lei si chinò come una bambina a cercare le sue cose perdute, i suoi oggetti, i posti di lavoro infiorati. Mise le gambe dentro l'acqua e vide una scia di colore nero diffondersi lentamente. Quando si guardò la pianta del piede riconobbe tra i segni sfocati le misure del suo libro preferito: il lavoro sognato. Si trattava di numeri che l’idea  aveva da sempre calcolato ma da cui il sogno fu strappato con violenza sin da subito. La velocità della lince, l'agguato che riserva alle sue prede si alterna quasi sempre alla forza caotica del fiume, alla mescolanza delle carte da gioco che l'illusione tiene strette nelle mani ma da cui provano a liberarsi sempre, solo con uno sguardo, la sensazione piacevole e nefasta di intuire quale sia la luce buona che permetta  l'assalto, quale sia in fondo l'eleganza della fame.


Non appena si voltarono per tornare a casa, l'affitto e il lavoro sembravano appartenere ad un'altra epoca. Solo dopo molto tempo la lince e il fiume trovarono un'intesa che non aveva né il gusto del ricco né la miseria scellerata del disgraziato. La donna scartò finalmente la sua carta segreta. La scartò come si lascia venire al mondo. La povertà è un atto di nascita. Saper nascere è come saper essere poveri. Dentro la luce del sogno, né chimera né utopia, c’era solo la luce che sa abbandonare le idee. La donna, tutta insieme, conobbe l'imparità del conto, lo scarto che da se stessa condusse alla soglia di essere chi-amata in modo bizzarro e inaspettato - madre. 

Micro-racconto donato a Maria Domenica, archeologa siciliana, docente precaria in lotta contro la mortificazione del sapere. 

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.