Frankie goes to Volli-wood


“Mozzarella, cipolla, patate, scaglie di ricotta al forno; signora, quanti pezzi?” – urlò in fretta mentre con l’altra mano teneva ferme le altre ordinazioni sul bancone – “entro le 20 consegna? Perfetto!” Riprese fiato, guardandosi intorno, cercando la rotella per servire i nuovi arrivati. “Grazie a lei, gentilissimo, la prossima con più mozzarella, ho capito, certamente!” – rimise il telefono a posto, salutò ancora una volta, tagliò e salutò per altre due buone ore, sempre con maestria e gentilezza come fosse un acrobata, confortando il cliente, dividendo la pizza con forza, strappandola senza violenza, a denti stretti, tra una bruciatura e una fuga di peperone. Ogni tanto il suo sguardo s’accovacciava sul marciapiede, sperando di veder passare qualcuno di familiare, almeno un signor Cerino con i suoi novant’anni furibondi tutti dritti in faccia e le storie sui nascondigli di guerra e le ragazze del Perù che si erano appena trasferite nell’appartamento sopra il suo, facendo un baccano così forte tra stoviglie e nudi piedini rosa da costringerlo a turarsi le orecchie con tappi aromatizzati al caffè, una roba svizzera che al discount danno in omaggio ai cotton fioc e che solitamente aiuta a svegliarsi con più energia, grazie all’odore sorprendente di macinato lasciato sul cuscino. Quella sera non passò nemmeno Katia che solitamente porta ai bambini la pizza bianca e che poi si trattiene a parlare del suo capo dal fascino indispettito, rigirando una ciocca tra le dita e parlando con gli occhi rivolti verso la televisione. Il più divertente dei clienti era però il Baltico. Un cinquantenne brizzolato con l’auricolare e la tuta verde prato che ogni giorno pranzava con un bocconcino di pizza pomodoro e acciughe per mantenersi leggero e battere il record del giorno prima: percorrere nel minor tempo possibile il perimetro delle villette del quartiere. Era quasi il momento di chiudere quando entrò un uomo pruriginoso, contratto in una disamina formale del posto, era una sagoma allungata e boriosa che, puntato il ragazzo dietro il bancone, disse insolente: “allora, caro giovanotto, cosa abbiamo qui? Vuoi prendermi in giro, per caso?!” La struttura umana vermoidale si muoveva stizzita nell’atteggiamento sprezzante di chi ostenta una malcelata certezza. “Avanti ragazzo, esci fuori il cartaceo” – continuò a farfugliare la creatura ingobbita. A quel punto Frankie Beer rispose incredulo: “Quale cartaceo, signore, mi scuso ma lei avrà di sicuro sbagliato persona.” “Ho capito, vuoi proprio dimenticare!”

Lo strano omuncolo infastidito prese allora in mano una penna, arricciò le labbra scarne da cui emise un suono d’armonica stonata, e con molta cura picchiettò tre volte sul vetro del bancone: tic tic tic. Un improvviso polverone si alzò turpe dal pavimento, il povero ragazzo venne scaraventato in un angolo della sala e l’antico uomo larvale si agitò nel marasma con grasso godimento. Si accorse solo a luce schiarita che le pizze appena sfornate si erano trasformate in centinaia di libri. Li riconobbe subito: erano gli stessi della sua piccola biblioteca personale, erano i suoi! “Com’è possibile?! I miei libri qui dentro! Signore, la prego, si rovineranno!” – urlò con le vene del collo gonfie dalla rabbia. L’uomo vermoidale soffiò sui libri di Frankie Beer e senza fare una piega li aprì tutti sulle pagine che aveva imparato a memoria prima che arrivasse il temuto giorno d’approdo: pizzeria a tempo pieno. Questo avrebbe significato dire addio agli studi notturni, alle sottili soddisfazioni che solo uno storico d’archivio può comprendere, alle bibliografie infinite da incollare a fine tesi, ai vezzi compiaciuti degli studi giovanili, quelli pieni di ambizione e masochismo, tutte cose che Frankie aveva imparato con pazienza e passione, imitando in segreto qualche stimato accademico, immaginando senza vanto un riconoscimento, anche piccolo, del sudato impegno sulla carta. Ora la paura di Frankie era quella di dimenticare tutto lo sforzo di quegli anni universitari, la volontà di rivendicare un sapere in grado di stupire il paese da cui era partito, quel paese avaro che lo aveva sempre considerato un compagnone senza pretese, conciliante e rassegnato, come tutti, ad affogare in quella fetta di meridione feroce, il paese che lo aveva visto crescere e balbettare nell’imbarazzo dei discorsi seri, nei pranzi di famiglia e nei complimenti delle petulanti signore. Il paese che gli voleva bene. Dopo quelle due lauree che il mondo non gli aveva mai chiesto ma che lui al contrario pedinò come un tesoro, Frankie scelse di dedicarsi interamente al buon sano guadagno; così decise di imparare a memoria qualche pagina dei suoi libri migliori, i pezzi forti di quegli anni, per poterli rileggere in mente o sfornarli a qualche cliente curioso ogni volta che le ore a lavoro sarebbero state insopportabili. Faceva quindi finta di inscenare un’arringa e ad ogni taglio di pizza canticchiava, come fanno in molti, un lllà! Per Frankie era la sillaba finale di Lila, il principio ludico della vita che secondo l’induismo forma il disordine e l’ordine delle cose, entrambi presenti nella creazione divina, entrambi giusti e utili. “Llllà!” – disse allo stesso modo l’uomo flaccido, sgambettando con la penna di Fenice mentre sistemava i libri sulle teglie “Ecco, adesso sei pronto”. Pronunciate queste parole, l’uomo sparì lasciando un biglietto:

Gentili parole son quelle di carta
eppur mangiar ti serve qui a Sparta
né il dotto né il ricco vedon bagliore
se in fondo alla vita non van per pallore.

Stordito da quel trambusto, fu per lui evidente che il magico uomo erudito non avesse per nulla fame e che in verità ciondolasse fiacco intorno a infinite posture di propaganda dalla mattina alla sera. Dopo l’accaduto, pensò con lucidità che i suoi clienti fossero invece talmente affamati da aver costruito, per cecità o mal di stomaco, una vita intera intorno ad un dettaglio - un figlio, un amore, una rabbia, una corsa intorno all'isolato – uno solo, al massimo due – semplici, banalmente adattati, tutti similmente modellati ma vitali. Quei piatti colmi di libri non avrebbero però sfamato mai nessuno se non i cultori stanchi o le ambasciate sapienziali. Erano libri senza sangue. Quello che Frankie avrebbe appreso dai clienti era infatti un tipo di fame umana, il gusto personale dell’animalità, uno tra i poteri che ogni corpo possiede per potersi dire sazio. Il segreto era forse capire che tutto, ogni genere esistente, diventa un po’ libreria quando si sottrae dal tipo di corpo che c’è sotto, dalla specie di esistenza che vuole partorire, da quel resto che soffoca, si ammala, copula, muore e dal modo unico in cui riesce a farlo in ciascuna vita. La lettura porta in sé questa maledizione anemica della mutilazione. Quella accademica poi non cresce quasi mai sotto il corpo e la sua fame. Frankie iniziò da quel giorno a moltiplicare un’altra libreria personale: le storie dei suoi clienti, i loro tipi di fame e il mondo-intestino da cui provenivano le loro scorie. Sarebbe stato un mondo altrettanto infinito, lussureggiante come una semplice masticazione. Bastava infatti sottrarla dalla bocca e la bocca dalla faccia e la faccia dal suo collo e così via per poterne fare un libro e poi un altro e ancora così all'infinito. Frankie Beer fu il primo nella storia a stanare il segreto del magico sapiente. Si riprese, sorrise leggermente e chissà quanti libri sarebbero nati solo per scrivere, leggere e rileggere quella strana forma di felicità

Racconto donato a Francesco, storico delle religioni, divoratore di libri, alchimista anarchico, 30 anni, Roma

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.