In fondo alla strada


Allacciò le stringhe di corsa mentre la colazione sembrava incrostarsi sulla tovaglia. Quella mattina non  sentì nemmeno nonna ridacchiare di fronte la televisione; in effetti il gatto sulle sue gambe era una coperta rovente e lei si era addormentata giusto un’ora prima dell’alba. Lo zaino si attaccò alla maniglia della porta: uno strattone e rimbalzò indietro prima di entrare in classe. Pensò che certi ganci non dovrebbero mai smettere di fare il loro lavoro. Ad aspettarlo c’era la prof. di latino con la gobba uncinata. Aveva già tolto il solito orecchino a forma di vela per accarezzare con più gusto le linee infinite del registro. Finito l’appello, lui era già caduto sulla sedia, sempre accanto a Paolino che lo guardava con gli occhi doppi, bollati dallo studio notturno, e quel baffo di dentifricio sull'angolo destro della bocca che lo rendeva sempre così innocente. Scusatelo – sembrava volersi sentir dire -  ha studiato tanto, e tutte queste occhiaie poi ... che volontà, poverino, e che dire di quella bavetta di dentifricio così distratta su tanta preparazione! Paolino non parlava mai se non quando veniva interrogato. Allora prendeva fiato con tutta la pancia, si asciugava le mani sudate sui pantaloni e cominciava a volteggiare freneticamente su prima e seconda guerra mondiale, disequazioni, Foscolo e qualche tabella di approfondimento su Heidegger e la birra tedesca. Incassato il voto, tornava a mangiarsi le unghie e a muovere a scatti la gamba, in attesa della campana di ricreazione che avrebbe aperto magicamente tutte le combinazioni delle merendine proibite. Sempre con quella faccia impermeabile, rossastra, fuori da ogni accusa, Paolino non sapeva mai chiedere un favore, reclamare un bisogno, anche piccolo. Quella mattina, con l’aiuto del suo enciclopedico compagno di bagno, sperò con tutto il cuore di salvarsi dalla riproduzione di quattro e due che l’ora di latino lasciava fermentare in pagella ormai come il mosto autunnale. Bastò a fermare quel disastro il tonfo di Martina che all’improvviso cadde dalla sedia e si accasciò a terra. Il volto di lui divenne silenziosamente disteso, mescolato ad un certo stato di grazia che non avrebbe di certo lasciato trapelare in quel frangente: anche questa volta si era salvato dall’orecchino a vela della prof. che intanto gesticolava nel panico un codice incomprensibile fatto di ah-cosac’è-avantisveglia-ahmaèmestruata? Un caos di goffe esclamazioni solo per chiedere al bidello di chiamare subito un’ambulanza. 

[ Martina era tornata all’alba ubriaca, aveva nascosto, come sempre, il tacco dodici sotto il materasso e come ogni mattina aveva cambiato la foto del profilo facebook: quel giorno già alle dieci aveva raggiunto cinquantadue mipiace e questo la rendeva la più popo (contrazione di popolare) tra le ragazze della scuola. Era un impegno non indifferente scegliere ogni mattina la foto giusta: poca luce, forme in risalto, ritocchini leviganti, frangetta lucida e labbra sporgenti. Click! Solo dopo essersi catapultata sul web in tutto il suo splendore, sarebbe andata a scuola. Chi avrebbe retto altrimenti cinque ore di lezione senza poter commentare foto e prepararsi per bene a superare ogni giorno il numero di like?] 

Lui l’avrebbe volentieri accompagnata in ospedale, dopo tutto qualche settimana prima era stata lei a saltargli al collo durante il compleanno di Niki. Anche quella volta Martina era ubriaca e ripeteva con i capelli appiccicati sul viso sudato: “voglio farti vedere una cosa, prendi la macchina.” Lui guidava ancora con il foglio rosa, le coroncine di sua madre appese allo specchietto penzolavano ad ogni buca come impazzite. Lei lo tranquillizzava con gli occhi chiusi, biascicando un sonnolento “vai piano”. Quella volta avrebbe fatto finalmente il colpaccio – pensava tra sé -  ma dovette ricredersi e ridimensionare drasticamente le battute immaginate con gli amici increduli.

Rimasero tutta la notte a guardare barche di pescatori. Erano lentissime e le lampare sembravano lucciole enormi, rassicuranti. Dentro quel buio c’era qualcuno. “Non ti fa strano? Tutto questo silenzio, dico, e poi le barche lentissime dentro quel nero lì? Quando vengo qui da sola ho paura ma voglio resistere, allora guardo il telefono e mi metto a fare foto per non pensare troppo al silenzio e al buio. Continuo così per delle ore. Credi sia pazza?” – disse Martina che si era già addormentata con la testa contro il finestrino. Avrebbe voluto dirle che lui in realtà aveva tantissimo silenzio ogni giorno dentro casa sua ma non sapeva che farsene. I suoi genitori tornavano sempre tardi da lavoro e la nonna dormiva circa venti ore al giorno: di silenzio ne aveva da vendere ma anche lui non se ne era mai davvero accorto. Dopo quella notte al mare Martina non gli rivolse nemmeno una parola. Click! Ricordo cancellato. Nella mano da bambina però ora teneva quel telefono così mostruoso, inondato da notifiche continue, intorno c’era una prof. di latino che blaterava strane frasi sui giovani e le loro manie. Vederla distesa a terra non gli diede un bell’effetto così s’intrufolò tra i soccorritori. In ospedale dissero che c’era ancora della droga in circolo e che probabilmente il collasso ritardato era una conseguenza di un effetto molto forte. Nessuno quella mattina si accorse dello stato in cui Martina entrò a scuola. Quando hai un telefono di fronte alla faccia si può benissimo non parlare, non guardarsi negli occhi, non stirare nemmeno il collo per vedere meglio la lavagna o chiamare a gran voce il tuo cane. Sei invisibile. I pescatori quando tirano su la lenza invece rimangono saldi sulle gambe e mentre avvolgono il mulinello diventano velocissimi, gridano l’uno contro l’altro per riprendersi e incoraggiarsi, tirano ferocemente fino all’ultimo sforzo senza sapere mai davvero se stanno prendendo una cernia o un pezzo di lavastoviglie. Fino a quel momento, non sono ammessi schermi, telefoni, foto e connessioni con il mondo. Finché dal mare non sai se tirerai fuori una ciabatta o un’orata bisogna rimanere concentrati, a volte soli, altre in compagnia, ma concentrati, vispi, e sempre con la tua bella lampara accesa. Rimase tutto il giorno con Martina, in silenzio, come una specie di pescatore malconcio. Non avevano neanche una foto di tutto quel nero notturno condiviso da soli. Lui ricordava l’insopportabile lentezza che fuoriusciva dal mare e dalla desolazione di quel posto, ricordava di sentirsi a disagio dentro tutta quell’infermità. Ora il corpo immobile della sua amica sembrava così strano. Stare fermi era per la loro età impossibile, specie a scuola, quando sarebbero volentieri saltati sul banco con un pezzo di Fedez, lanciando sputi sul mondo intero. Certe fredde mattine fingeva di avere la febbre e restava per ore pietrificato sotto le coperte, sperando che i suoi emanassero la buona sentenza. La prova dell’immobilità. Figuriamoci tre ore di studio con le chiappe sulla sedia! Sarebbe in realtà bastato mettere un piede fuori dal letto e muoversi più lentamente per sentire ogni giorno tutti i rumori di casa, prima ancora che il dovere di andare a scuola: cucchiaio, caffè, freddo, caldo, odori, voci dei passanti, il rumore del tram sulle rotaie, cose elementari che Martina, quasi in coma, sentiva ora come dal fondo del mare. Saper sentire e saper fare silenzio: roba complicata che però conoscono bene i pescatori.


Tornando a casa, passò dallo Squib, l’arena dove a Catania i breakers ballano e i freestyler si sfidano a colpi di rap. Lui non si batteva mai, preferiva ascoltare. Nelle sue cuffie c’era solo rap melanconico, quello che ti parla di solitudine, di cose vere. Non piaceva a tutti ma lui ne faceva scorpacciate. Niki appena lo vide chiese di Martina ma lui non concesse che un vago “non lo so”, contorcendosi nella felpa per il freddo. Il gruppo di Nik incitò i due a battersi con fischi e minacce. Capita che bisogna farlo perché c’è chi vuole scommettere su di te, specialmente quando gli sfili la tipa da sotto il naso. Niki iniziò a rappare come un matto, tirando in ballo tutto: la scuola, il futuro, la città da cui fuggire. Lui rispose con due battute secche sul silenzio dei pescatori. Tutti si misero a ridere, alcuni con smorfie strane si stavano preparando, mugolando, a non farlo tornare a casa. Il rap denuncia, il rap parla di strade e montagne di rifiuti, il rap non conosce il silenzio. All’improvviso, mentre l’atmosfera pareva incupirsi, dal muretto sbuca il povero Paolino, anima pia, con una gamba in aria nell’intento maldestro di scavalcare. Con il fiatone e le mani sporche di patatine fritte, gridava: i miei occhiali da vista! Li hai presi tu! Niki guardò infuriato il malcapitato a cui aveva rubato per dispetto gli occhiali durante l’ora di educazione fisica. Paolino a stento li raggiunse, ansimante con le mani sulle ginocchia. Per la prima volta gridò qualcosa di diverso dalle nozioni libresche, per la prima volta aveva espresso le sue regolarissime volontà, aveva chiesto il dovuto senza nascondersi ma semplicemente dicendo: i miei occhiali o ti scordi il compito di matematica. In un attimo le battute sui pescatori furono lasciate in sordina e gli occhiali tornarono indietro.

Il giorno dopo si concentrò bene per ripassare la lezione con calma, come quando i pescatori si preparano a gettare l'amo. Fece colazione per la prima volta dopo anni e uscendo da casa, libero da telefoni e cuffie, urlò all'autista di aspettarlo e l’autista questa volta lo aspettò. Velocemente entrò in classe e fece silenzio quando Niki e i suoi amici iniziarono a bisbigliare qualche insulto. Si concentrò sulle pagine che Paolino gli indicava prima dell’interrogazione. Dopo si concentrò ancora meglio quando vide Martina gironzolare in mezzo alla camera dell’ospedale, cercando i fermagli per capelli: il suo corpo era in salute, poteva muoversi, quasi danzava. Non le sembrò bella, aveva un’aria sciupata. Era solo luminosa, era una lampara accesa. Non pensarono neanche alla foto del giorno. Tanto contro tanta luce le foto non vengono mai bene. 

Racconto donato a Raimondo, 15 anni, Catania. Perché il futuro sia un po' come l'arte del buon pescare.



 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.