Per tutte le arance del mondo!


In un piccolo paese nascosto sotto il grande vulcano esiste un ragazzo che ogni sera prevede il meteo del giorno dopo. Si siede di fronte la porta di casa e con il volto contro vento indovina quale sarà il colore del cielo da lì a poco. Ha imparato a memoria le parole del meteo dalla televisione: piogge sparse, rovesci, sporadiche precipitazioni, tempo incerto, schiarite. Se ad ogni colore del cielo corrisponde una parola esatta – pensava – chissà quanti modi esistono per dire semplicemente: foschia, tramonto, aurora!
Alfio, così si chiama, ha approfondito altre cose più o meno rilevanti sul meteo con i libri della biblioteca comunale, quella vicino la piazza, con le grandi pareti bianche e i libri che sembrano sempre implorare una sfogliatina. Per Alfio che una giornata sia capricciosa, volubile, superba, non dipende da quali cose sei riuscito a fare ma da quanta pioggia o quanto sole siano caduti in paese. La cosa più bella che gli sia capitata è stata la neve del 1985 quando tutti strofinavano i gomiti sui muri per scrollarsi quel bianco inaspettato. Erano gli anni in cui frequentava il collegio don bosco. Quella mattina avrebbe ritardato volentieri per spingere la neve fuori da casa, giocarci, abituare un po’ gli occhi ma suor Letizia lo aspettava già da due ore per rimproverarlo a gran voce: “se oggi non finisci tutti i compiti lo dirò alla direttrice e fili dritto in cantina!” Bisogna infatti sapere che la cantina era in realtà un sottoscala polveroso e buio dove veniva solitamente custodito dentro una lunga teca un uomo dormiente, lo stesso che il venerdì di pasqua gli abitanti portavano in processione lungo le strade. Alfio non riusciva mai a spingersi oltre l’ultimo gradino della scala. Aspettava per ore immobile, con la coda dell’occhio rivolta alla statua sotto vetro. Un giorno sua madre gli disse che bisognava iniziare il catechismo nella chiesa di san Nicola e così lui e la sorella andarono insieme a iscriversi. L’aria era un’immensa conifera etnea sparsa per tutti i campanili del paese. In quell’occasione Alfio rivide l’uomo dormiente, trasferito lì per le festività pasquali. La fronte corrugata slanciata verso quel sasso umano si distese quasi subito, non appena la sorella lo pregò di andare via, bussando in silenzio sulla sua manica. Con la luce del giorno infatti Alfio non provò molto terrore nel guardarlo. Iniziò ad affezionarsi a quel malato di sonno e ogni volta che le suore lo cacciavano giù in cantina, lui se ne stava quatto nel buon rifugio e raccontava all’uomo dormiente il meteo quotidiano. Non c’era modo migliore per fuggire dai compiti e dalla furia delle persecutrici.

Poi in un giorno piovoso accadde che i suoi genitori volarono in cielo e la gente iniziò a dirgli con sicurezza poliziesca che a portarli via fosse stato proprio l’uomo disteso nel sottoscala: torneranno indietro, vedrai che tornano tutti! – dicevano le suore, il prete e i compagni di catechismo. Ma Alfio non poteva credere che l’uomo dormiente fosse riuscito a trasportare così lontano i suoi genitori: come può un uomo morto portarsi via tutti gli altri vivi? Corse tutta la notte per le campagne, pensò alle arance raccolte con sua madre nei pomeriggi d’inverno, pensò per un attimo che sarebbe tornata davvero indietro, così come fanno le arance ogni anno. Questo pensiero fu così bello per lui che si mise a sbucciare centinaia di arance tutte in una volta. Volle pensare che fosse il meteo a dirgli che sarebbero tornati, la natura, gli alberi, le cose vive, tutto ma non la gente morta dentro. Quando fu a casa accese la televisione e imparò una parola nuova dal meteo: bassa pressione. Sua sorella lo guardava mentre lui ripeteva tutto di fronte l’acqua bollente e le nuvolette lampeggianti disegnate sull’Italia meridionale.


Passarono gli anni e Alfio non smise mai di raccontare il meteo all’uomo dormiente, l’unico che lo aveva sempre tratto in salvo da quei tremendi pomeriggi al collegio. La strana statua era però scomparsa da tempo e lo spazio del sottoscala venne integrato a quello delle altre sale per la raccolta degli indumenti usati e delle offerte alimentari. Alfio ormai conosceva i colori del cielo meglio di chiunque e se ci fosse stato anche il minimo segnale di un ritorno lo avrebbe saputo prima degli altri. E poi l’uomo dormiente non avrebbe mai fatto del male a nessuno. Decise di aspettarle, le arance e i genitori, così senza dirlo troppo in giro. Aspettarli tutti, quasi con indifferenza, come chi preferisce non dare soddisfazione a nessuno. Questo richiedeva una strategia precisa, un modo non banale di stare al mondo?

C’è allora oggi un saluto enorme di Alfio che dura fino a quando la tua macchina non sparisce all’orizzonte e lui non è che un puntino in mezzo alla strada. Quel saluto dura così tanto perché in realtà vorrebbe dirti “non andare via”. Alfio aspetta così. C’è poi il ritmo delle stagioni che è un po’ simile a quello del meteo e Alfio lo conosce così bene che, oltre il meteorologo, cerca adesso un lavoro in campagna, l’unico luogo in cui tutto sa ritornare. Infine c’è questo paese che secondo lui sta diventando uno schifo ma, dice Alfio, la felicità mica sta in un mondo dove esistono i meteo! E mentre una vita intera sembra avere il nome di un mercoledì o un sabato qualsiasi – grigio, volubile, capriccioso – Alfio si scusa se parla in siciliano e se ha un dente storto. Non è difficile accorgersi che dietro quel bel sorriso l’unico pensiero è mantenere un segreto profondo con gli agenti atmosferici.  Perché alla morte, acida, burrascosa, temporalesca, cari signori, a quella bestia che tutti conosciamo, né lui né l’uomo dormiente avevano mai creduto davvero. 

Questo racconto è per Alfio, 35 anni, Trecastagni (CT). 
- Alfio ma questo paese secondo te com'è? 
- Questo paese? Qui fanno piangere tutti.


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.