Rose rosse perché.

Quando crollò Rana Plaza stava ancora annodando le rose da vendere per strada. Il televisore rimaneva acceso per tutto il giorno. Senza dirlo agli altri inquilini, sperava in fondo di sentire ogni tanto uno stralcio di notizia che parlasse del suo paese, una striscia ironica sui matrimoni tra bambine e anziani signori, un’indignazione sulle marce pubbliche organizzate dagli islamisti per infliggere la pena di morte ai blogger atei. Ecco, come dire, anche qualche penoso guaito da talk show occidentale sulle prostitute bambine o, se non quelle, sulle donne picchiate centinaia di volte dai mariti in nome del Corano. Niente. La televisione italiana sembrava non volerne sapere di  quell'angolo di mondo da cui milioni di persone ogni anno fuggivano con i sorrisi bianchi e la faccia che sbuca da un cespuglio di rose. Per fortuna quest’anno aveva seguito le elezioni politiche all'internet point. C’era sempre una gran confusione lì dentro e un pesante odore di cibo transitava dalla cucina alla sala computer. Unico ambiente per unica trafugata di parole. Bastavano pochi minuti per setacciare le testate non ancora censurate. Restava di fronte allo schermo con le cuffie enormi, aspettando di chattare con qualche volto conosciuto, mentre intorno a lui un viavai continuo di esseri  messi in fila di fronte alle cabine telefoniche pregava Allah perché cancellasse da quella cornetta ogni possibile cattiva notizia ricevuta dal paese. Restò con la faccia scavata tra le mani, immobile per ore, appena seppe che i militanti d’opposizione avevano picchiato a sangue alcuni abitanti del suo quartiere solo per impedire loro di andare a votare. Quando giorni dopo trasmisero in televisione alcuni video sulla vittoria dell’Awami League tirò un sospirò di sollievo. Awami League era infatti l’unica coalizione costituzionale rimasta dopo l’uccisione di Mujibur Rahman, primo presidente laico e socialista che accompagnò lo sviluppo del paese dopo l’indipendenza del 1971. Finita la guerra civile in Pakistan la parte orientale del paese si cimentò a costruire una repubblica popolare.  Questa parte di terra si chiamò Bangladesh. Da allora estremisti islamici militarizzati si alternano ai rappresentanti dell’Awami League, cuore della resistenza laica nei confronti dei crimini commessi dai militari fondamentalisti prima e dopo la guerra. Il 5 Gennaio 2014 l’Awami League vinse le elezioni ma solo con il 18% dei votanti perché il resto vive segregato da una dittatura di propaganda islamica cui prendono parte anche gli imam dei villaggi e le madrase musulmane, centri di formazione per specialisti della sharia e interpreti del Corano cooptati dalle cerchie fondamentaliste. Lui conosceva bene la storia del suo paese ma come tutti gli altri non sapeva raccontarla a nessuno. Come fare a dire nella lingua di tutti che scappava da un posto dove si rischia da un momento all'altro di saltare in aria? Come fare a dire che dentro quelle quattro rose sgualcite c’è poco più del guadagno di un operaio del Bangladesh che è pari a circa trenta-quaranta euro al mese?  

Quando quel giorno crollò Rana Plaza sentì il bisogno lacerante di tornare indietro, inginocchiarsi, confessare di aver fallito, piangere, smaniare, risarcire insomma in qualche modo la fortuna di essere andato via lì. Come dare un conforto alle famiglie di quei milleduecento morti sotto le macerie? Immaginò quel suo eroico furore come un’ondata di rose rosse, ben confezionate, affettate come origami leggeri che dal pavimento della stanza cominciavano a planare fino a Dhaka per piantarsi lentamente in fondo agli occhi di parenti e amici, formando strane sculture elicoidali, gonne di donne felici e musicali scritture coraniche. Immaginava così tanto, giusto per non ammettere che sarebbe stato ormai impossibile tornare in quella terra. Scese in cantina per chiudere come ogni sera la sua fabbrica di rose rosse. Da un paio d’anni moltiplicava mazzi di romanticismo a buon mercato. Gli italiani erano talmente teneri nelle loro scelte amorose da far capitare con piacere l’intramontabile rosa rossa tra un aperitivo e una passeggiata sul lungomare. Che ne potevano sapere loro, gli italiani, dell’amore scortato da famiglie intere intorno a donne partorienti velli d’oro per il futuro dell’Islàm politico? Qualche italiana, certo in numero limitato, provava ancora repulsione verso il camuffato sentore di costrizione, violenza, abuso, ma ne covava la tristezza in segreto. L’amore scortato italiano costituiva per fortuna la parte più criticata di una mentalità antica. In Bangladesh lo stesso tipo amore nutriva invece le radici profonde di una cultura intera. La fabbrica di rose rosse avrebbe avuto grande successo in un paese come l’Italia, talmente stilnovista da ingaggiare donne nude per qualsiasi pubblicità. Sarebbe stata una salvezza per tutti quei sorrisi bianchi venuti da lontano. I suoi cinque coinquilini avevano cercato diverse volte di manometterne i macchinari di rilegatura ma lui fabbricava mazzi di rose in serie attraverso piccoli trucchetti di cucitura meccanica a costo zero, facilmente recuperabili e in grado di rifornire l’intero quartiere. 
Da quando i morti di Rana Plaza iniziarono a correre nella sua testa i mazzi di rose non erano più gli stessi. Guardava le coppie con rassegnazione e queste guardavano lui con magra pazienza. Era sfinito, demotivato, morso dai sensi di colpa. Sua madre gli inviava ogni tanto qualche banconota per dovuto sostegno e intanto lui, con brava risposta, andava in cerca di altre cianfrusaglie con cui accompagnare il fiorame smilzo. Il romanticismo italiano non vendeva più come una volta, troppa concorrenza aveva bloccato il mercato dei primi appuntamenti. Pensò alla sua religione, a quella immensa parte buona di Islàm che si nasconde nelle preghiere private, nei digiuni silenziosi, nella volontà di sentirsi parte di un disegno benevolo che non necessita di processioni idolatriche, sontuosità scultoree, lussi liturgici. L’Islàm civile è famiglia e basta. Ci resti dentro tutta la vita e nemmeno te ne accorgi. Nessuna fuga raziocinante infatti impegna il tempo degli adolescenti musulmani. Studi, lavori, ti sposi, vivi nell’Islàm e per nessuno questo fatto è anacronistico. Il problema è che certi santoni impiegano male le parole più oscure del Corano, le usano per occupare pezzi di terra, tagliare una mano, picchiare le donne e altri conteggi tra clan. Radunò una sera alcuni amici nella fabbrica di rose rosse. Iniziarono a leggere il Corano e lo fecero ogni sera per milleduecento giorni, tanti quanti erano stati i morti nella fabbrica vicino Dhaka. Passati gli anni abbandonarono tutti le vendite disperate di rose rosse. La fabbrica si trasformò in uno spazio finanziato dal Comune in cui tutti i musulmani della città si sarebbero incontrati ogni giorno per discutere sulla storia del loro paese, sperimentare interpretazioni più attuali del libro sacro e scoprire i vantaggi dell’economia islamica. 

So che vi piacerebbe un finale del genere, cari lettori, eppure dovreste sapere che queste sono soltanto belle scorciatoie da manuale di antropologia. La fabbrica di rose rosse non smise mai di funzionare davvero perché queste vennero cucite dagli ex operai sopravvissuti di Rana Plaza  che le incollarono una ad una sui vestiti da esportare in tutto il mondo. Questo fece impazzire i più grandi stilisti italiani che rubarono immediatamente l’idea alla piccola fabbrica di rose rosse. Ma anche qui, cari indolenziti lettori, abbiamo un finale che mette a posto solo il denaro, le vendite, la riuscita commerciale di un immigrato. La storia di Babu e del suo cuore diviso tra l’Italia e il Bangladesh rimane sempre un’altra, rimane sempre aperta.  I morti di Rana Plaza, le ingiustizie del suo paese, non furono che pretesti per indurre Babu a ricordare la sua storia. La memoria vivente sta nelle piazze. Calmate quindi gli umani bollori da conclusione e ricordate: mai scansare troppo lontano gli uomini-roseto che incontrerete! Guardateli bene. Ognuno di loro, in mezzo alle spine ficcate qua e là, custodisce una parola migliore per terminare questo racconto.

Storia donata a Babu, 22 anni, Bangladesh. 


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.