Messico e Nuvole


- La mattina, appena alzato, ho bisogno di lavarmi. Non bado a spese. Vado e mi butto dentro la cabina doccia per delle ore ( cabina doccia era uno di quei termini che Jim aveva memorizzato sin da piccolo, sfogliando le vecchie enciclopedie da salotto). Sai, devo sentire quella specie di schhh. Capischhi? Quel senso di ahhh.
- Sì ma non mi hai risposto. Cos'è il rock per te?
- Quando ero bambino passavo ore in spiaggia a guardare il mare da solo. Sai, non avevo paura.  
- Quale mare? Tu sei nato in Valtellina, Jim. 
- È la stessa solitudine. 
- Certo. Quindi il rock?
- I miei divorziarono presto. Nutrirono il loro odio per bene, poi lo fecero colare a chiodo sulla mia faccia. Quando però mi trovai di fronte agli ac/dc rimasi folgorato. Un mio vicino di casa suonava in un gruppo: i Masso. Roba forte. Colli ruspanti. Mi infiltrai lì dentro per sempre. Ho scucito la sacca, ho buttato giù la mia corda di lenzuola e sono entrato nella radura. Ho scalato il muro turrito, ecco, varcato il palmo di naso, capisci Poto? Non mi avranno mai, capisci?
- Sì, ma chi non ti avrà?
- Loro.
Poto non capiva. Le rockstar come Jim conservano il vizio di romanzare tutto: un amore disperato, un trauma d’infanzia, una famiglia borghese da cui fuggire, un eccesso di troppo e … tac! Ci sei dentro. Dentro cosa poi non si sa. Il ramo d’oro, l’eterna ghirlanda brillante, l’atman, il tao? Diamine, cosa? Dopo l’assalto delle grupie, Jim si teneva i capelli con le mani aperte, sporgendo il collo verso di loro con il muso a bouquet rotondo. Ogni tanto, tutto incassato, alzava lo sguardo come per ripetere: non mi avranno mai. A quel punto sfilò un anello dal dito e lo lanciò sulla folla impazzita. L’anello prese in pieno l’occhio di una ragazza messicana, capitata lì per caso che lentamente si afflosciò a terra. Jim si scusò al microfono, promettendole un incontro all'asta con incanto. Il giorno dopo la ragazza, intimidita, indossò per l’occasione una grande borraccia da campeggio a tracolla: le sembrò la cosa più originale di fronte a tanta virile trasgressione. Era una donnina a modo. Ma non tergiversiamo, elfici lettori: a ciascuno la sua seduzione. Poto intanto cercava di completare il suo libro sulle gemme del rock metropolitano. Il titolo era suggestivo: Vinili in via Carnazza: viaggio intorno al rock di città. Quando Jim tornò a casa sua, la ragazza messicana teneva in braccio una friggitrice in legno alpino, firmata CIGOL. Le avevano assicurato che il legno non avrebbe mai assorbito il torbido olio in esubero poiché trattato con resina atossica. La ragazza picchiettava con due dita il suo regalo di benvenuto. Sembrava appagata, come solitamente i giornali di costume e le enciclopedie definiscono le giovani fidanzate.
- Le donne sono pollastre che vanno nutrite, ragazzo, mi è costata una fortuna ma, sai come si dice, se una donna è felice in cucina lo è anche a letto. Bisogna tutelarsi per la vecchiaia, non credi? 
- Non saprei, Jim. Devo chiudere il tuo paragrafo, mi serve una frase sul rock, qualcosa di incisivo, prepotente e interdetto allo stesso tempo, Jim. Ti prego.
- Vedi Poto, quando iniziai a cantare rock non lo feci per una ragione primordiale. Sentivo l’adrenalina che mi saliva dal piede all’inguine. Ho seguito una palpitazione. Le ragazze vanno matte per gli uomini che bruciano. E io le calmo con le friggitrici – fece un saltello improvviso, ridendo, tenendosi stretto alla cintura.
- Sì ma non hai mai pensato di avere qualcuno con cui prendertela? Una lotta cosmica? Non hai mai pensato di essere un trascinatore, di veicolare un risveglio collettivo?
- L’unica cosa a cui penso, ragazzo, è il rock e il rock non morirà mai. Come la gnocca. Semplice. Il resto è lavoro post-mortem. 
Lucido, lapidario, lunare. Jim era la coincidenza reale tra vita e pensiero: nessuna sbavatura, nessun doppio se non il personaggio totale. In quel momento e sempre, anche fuori dal palco o in poltrona, con due dita nel naso e le mutande a metà chiappa. Poto trascrisse per intero la frase, si accese una sigaretta e guardò Jim giocherellare con la sua mano grande sul naso della ragazza messicana, muta e magrissima. Era la sua gattina felice, accecata da un anello fritto di cipolla volante, certo, ma pur sempre il suo baccellino anti-grupie rimasto. L’unico motivo per cui Jim, forse in preda all’alcol, avrebbe gridato al mondo: Domitila ti amo. 

Qualche tempo dopo, seduto nella sala d’aspetto di un commercialista, Poto scolpì con una punta di incertezza, resa chiara da qualche segno di dentatura stampata sul polso (dente sì, spazio, dente no), le ultime parole del suo libro sulle gemme gemmate del rock:  

people have the power

Micro storia donata a Pino, 60 anni, Catania, cantante rock.

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.