Una famiglia


Si incontrarono in libreria. Fu una certa distrazione, ne era sicura. Una stramberia isolata del caso volle farle credere che in quel giaciglio di fandonie ben articolate ci fosse l’acume schietto del va pensiero, rarissimo come le onde anomale del Simeto. [ Mamma una conchiglia!] No, non stava parlando di Aldo. Con lui la libreria navigava bene, somigliavano a qualcosa di felice. Il suo stomaco però si era già annodato all'altro, allo scrittore mancino che sciorinò due o tre racconti temerari nel cerchio di fuoco della stanza. [Mamma cade, guarda!] L’altro, questo tipo di alterità mostruosa e bicefala così come la scrittura impone di essere, era la smagliatura, il caso sfogliato male, la folgorazione incarnita. Infilò le caviglie dentro quella lozione torbida: il soffio diabolico che molti chiamano fascino. [ Non può cadere, amore, è fissata] La voce di quest’altro spostava interi libri, anticaglie e nuovi arrivi, lei li vide per ore vagare solitari dentro l’aria, invaghiti anch’essi dalle sue sevizie letterarie. Le parole di lui s’intromisero invadenti, moleste su fianchi e braccia, anche se entrambi si dimenticarono presto. Si rividero dentro un incrocio di amicizie comuni. [ Hai chiesto a questa tua nuova amica come si chiama?] Si strinsero e tornarono a dimenticarsi. Passò molto tempo e Aldo non divenne che un nome. [ Vuoi patatine Sofia? Ma cosa hai mangiato con questo pancino pieno pieno? Un melone tutto intero?] L’altro indietreggiò con le mani, scoprì il volto e la ospitò sotto il tetto di casa. Una notte, due, tre. Appena lei non lo dimenticò più, lui dovette partire. “Immaginavo la mia vecchiaia insieme a te” – disse lei sotto il cappello. “Tu sai che questo non sarebbe stato possibile” – rispose. Erano finiti già dentro l’appello di un dramma: accade spesso negli aeroporti o quando hai una semplice valigia in mano. Lei decise con fermezza di dimenticarlo nuovamente. Ci riuscì. Si incontrarono in libreria. Fu una certa ossessione ma non ne era sicuro; un evento come quello volle fargli credere che in quel fracasso di logiche disordinate ci fosse l’ottundimento dell’attrazione, rarissima come le onde anomale del Simeto. [Ho mangiato pasta con la neve, polpette, biscotti! Papà acqua!] No, non stava parlando dell’altra. Si vollero in questo modo per diversi anni: dimenticandosi di continuo. Non somigliavano a qualcosa di felice, non somigliavano a niente. Erano una sporgenza incredibile di una memoria deforme e di uno stomaco in subbuglio. Un problema organico ma pericolosamente naturale. Lei rimuginò quell’abbandono mangiando erba amara per poi vomitare e respirare alla finestra ogni notte: altre relazioni, scherzi occasionali, battute di spiriti ardenti furono il decotto. Odiare dimenticando è il modo migliore per ricordarsi tutto. [Quanti anni hai, piccola?] Poi dalle lame del frullatore una voce si spiegò: “arrivo giorno due, ci sarai?” Lei masticava ancora rancore, quasi fosse un filaccioso bastoncino di liquirizia. Cernie, begonie, uva sultanina, ogni cosa esistente sentiva quanto ormai fossero dentro il racconto, quanto fossero spacciati. Venne ad avvertirli Dario Fo in persona, seduto beone in una trattoria sotto casa loro. [ Due! Così, uno e due!] Lo salutarono, parevano sulla punta di un trofeo senza pubblico. Rimasero storditi a salutarlo per diverse ore. Poi uscirono, rovistarono tra i ricordi, quei pochi rimasti in comune. Scesero in cantina mordendosi la faccia ad occhi chiusi, era così bello che iniziarono a perdere la memoria un’altra volta. Questa volta l’uno per l’altra. Nessuno li vide più salire in superficie. Si incontrarono in libreria. Fu un certo ritardo, ne era sicura, [Sofia non mangiare troppe patatine, poi ti scoppia il pancino ed esce tutto fuori!] ma non vide l’ora di far credere a quei due che non c’erano più scuse per fare gli smemorati. No, non stava parlando degli altri. [Papà guarda l’uovo!] Li osservava da tempo, era in mezzo a tutte le loro parole da sempre; loro non se ne accorsero finché non fu lei a sbucare fuori come un tubero, rarissima come le onde anomale del Simeto. [Sofia, vieni facciamo un gioco, vieni] Fu lei a cambiare le sorti del racconto, a liberarlo da ogni finale scontato. Fu lei che curò tutte le loro ferite, cambiò i loro abiti, li svegliò al mattino presto, ordinò i loro brutti pensieri. Sapeva di essere una cosa inaspettata, appesa ai loro cancelli, intrufolata nella stessa pancia del subbuglio. Sofia uscì dalle parentesi delle possibilità infinite così come i suoi genitori uscirono dalle librerie, percorrendo la strada a ritroso. Dario Fo pareva ora un puntino sorridente. Ancora oggi si chiama famiglia: luogo di pance in cui ognuno cerca di essere, forse per tutta la vita, la memoria dell’altro. 

Questa storia è stata donata a Laura, Orazio e Sofia. Semplicemente una famiglia. 

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.