Le falene


C’era suo padre, ammassato all’angolo, assatanato pure, che ci fece vedere come tirare schiaffi sani allo Studduto, come lo chiamava lui, il figlio strano. Si strofinava le mani sul muro rovente, le preparava bene, un cuoco pareva, guardava noi per cercarsi i complici scemi, e abbattuto all’indietro s’infarinava di orgoglio, poi si buttava tutto in avanti per scaricare lo schifo. Lo Studduto cadeva a pera, sudato nelle cosce e nei piedi da ballerina. C’era pure sua madre che guardava la scena come una damigella con la pentola sul fuoco, abbottonata sulla porta che inghiottiva tutto: fatemi andare che s’appigghia - diceva. Ci sono case, imbrattate di sugo, che ancora fanno questi scherzi alla gente. Spariscono nell’ombra come le madri e poi tornano con dentro i sultani e le vergini spose. Si fanno amare dai fantasmi. Lo Studduto non era un fantasma, aveva il fuoco nella pancia. Sbucciato, assillato, tutto morto, camminava sui cornicioni per ammuttare le stelle. Due ore dopo anche il Picciuso era lì sopra. Ballavano sulle pubblicità che si sentivano dalle televisioni, stretti l’uno all’altro, ammanettati, assassini d’anima l’uno per l’altro.

Le case del quartiere un giorno vennero abbandonate: loro due videro partire anche gli armadi e le scarpe buone. Tutto dentro l’alba s’era ficcato. Il padre venne maledetto dallo Studduto fino all’ultima cinghiata. Il figlio non capiva perché avrebbe dovuto svegliarsi, scalciare, annusare le femmine come faceva lui quando vendeva sapone alle sorelle Mischine, rivoltate fuori dai balconi imbiancati. Venne poi un altro giorno, uno più distante da quello delle botte. Un giorno in cui ti dicono che puoi fare soldi con le cosce sudate. C’è allora chi cambia solo il nome, chi compra una faccia, chi attende in silenzio che vengano i soldati a far venire la pelle bella, senza scoccia. Quelli che restano invece inchiodati ai tetti delle case sono come i lupi mannari, avvolti nelle risate delle madri e dei padri, derisi mentre s’attorcigliano alle carte d’identità. Sono quelli che affondano da donne cocciute nella bellezza e sono gli stessi che s’insabbiano da uomini neutri nei sì e no del quotidiano. Da questa parte, vedi la donna; dall’altra lasci correre via l’uomo. Sono in movimento costante, superano il loro corpo, lo rincorrono e quando si riposano lo dimenticano. L’uomo lo trattiene, a volte, e la donna lo porta a spasso.


Avvenne che lo Studduto comprò una buona parrucca a dieci mila lire. Mentre la indossava non si accorse che suo padre moriva sulle scale, accanto alle azalee; fu preso dal panico o dall’invidia per una morte tanto veloce. Da quel momento i nomignoli cattivi scomparvero dalla faccia. Mise al collo un nome leggero e finì col farsi pure degli amici. Quando la sera ora s’innamorano di lei, la prendono per una falena e le inondano il corpo che pare un disastro. Lei poi torna di nuovo sui tacchi e si spruzza una sbrizza di colonia. Quando nelle prime ore del pomeriggio il caldo fonde pure le unghie, il quartiere s’infesta di anime allucinate che ruotano intorno alle falene e le falene si chiantano intorno alla luce. E tutti si rincorrono, stando fermi di fronte alle case. Ma le falene, i travestiti, come si dice, sembrano aspettare ancora più in segreto il loro sogno. Lo nascondono meglio delle altre donne perché parlano a voce alta, ballano, cantano, fanno da mangiare, ridono spettinate, si portano dietro due o tre storie, una per ogni corpo, e quando qualcuna di loro si ammala sputano sugli uomini che vogliono morire lì dentro. Continuano in questo modo per anni e anni finché le tasse e gli affitti non aumentano e di soldi sotto le cosce non se ne trovano tanti. Allora iniziano a lavorare alle due di pomeriggio, quando serve vanno pure a casa e non c’è il minimo tempo per chiacchierare con i turisti o urlare ai motorini che ronzano spiritati dentro i vicoli. Non c’è tempo, si dice, quando non ci sono manco i soldi per farsi il pesto al basilico. La falena che stava sui tetti, perciò, sapete cosa fa? Tinge la sua porta di rosa per non far scurare troppo il cuore. Esce per aspettare, con le gambe toniche e abbronzate, con il sogno imballato sotto la parrucca. Bellissima nasce ogni volta quando indossa le sue gonne preferite e quando lo Studduto le ritorna in mente si mette a urlare: tu mi fai girar, tu mi fai girar come fossi una bambola. A sentire quel verso le altre si scordano per un momento di avere più di cinquant’anni sotto il sole, di non avere una pensione o un’assistenza sanitaria, di non comprare le fragole a Marzo o l’uva a Settembre, così accorate dal richiamo della piccola falena, allucinate anche loro, ballano in guepiere, corrono inciampando sui tacchi, disegnano curve enormi con il sedere. Si scrollano dall’inguine tutti gli odori. Perché loro, le falene di quartiere, non smaltiscono soltanto le voglie di una città. Ne esorcizzano la violenza, imparano, come gli increduli, a domare le scalmanie degli untori. 

Un giorno ne venne uno che voleva fatto un massaggio. Una raschiata di schiena - disse - quant'è? Venti euro - rispose. Au, e com'è che siete così avvampate di soldi? - replicò lui. La casa era un forno e lui sudava. Finirono per parlare di marmitte catalitiche. Lui poi le portò pure una granita mandorla e pistacchio, quella del carretto. Si sconcicarono fino alle tre di pomeriggio come dei bambinetti. Una che stava fuori diceva che la falena era stanca di lavorare, che aveva bisogno di prendere aria. A lei quell'uomo sudato ricordava il Picciuso. Sei bella -  le diceva - nicaredda sei. Niente, forse un poco si amarono. L'indomani lui tornò a chiederle un prestito di dieci euro. Dopo una settimana, ne chiese cinquanta. Lei si fidò fino alla terza settimana poi ricordò il giorno delle botte. Come tutte le altre, anche lei divenne incredula. E quando questo accade nel quartiere è un bene perché significa che nessuno può farti più del male, che ti puoi curare da solo quando ti fa male il trucco. Lei però il Picciuso lo tiene in un posto segreto dove si balla sulle sigle della televisione. Ci si sente più forti quando si ha qualcuno a cui pensare, si ammazzano i fantasmi di strada, si va altrove, ammuttati dalle stelle.

Questa storia è un regalo per Fiorella, 41 anni. 
Transgender.

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.