Sotto le scarpe


Se si prova a lambire una fetta di cedro, lungo la strada che da piazza Fossia conduce alla chiesa di santa Lucia; e se, per non curanza, procedete sotto il sole matto fino a sfiorire assieme alle pietre sulla vista che intercede per voi, lasciando che mare e montagnole brulle si amino in modo sconsiderato, non sarà forse insano scorgere alcune luminescenze specchiate che chiameremo per il buon intendere “sculture” ma che con il vostro cedro avranno in comune se non l’ispida corazza perlomeno una simbiosi combattuta con il luogo in cui vi trovate. Da queste parti, nella cittadella di Savoca, i rifugi si fanno casette d’arte, arricciate, composte con qualche gradino prima della porta d’ingresso e due o tre fiorelli sul davanzale, educate per il turista, sguaiate per la semplicità dei pescatori che, dall’inverno di piombo, preferiscono rimanere silenziosi tra i boschi e le antiche masserie circostanti. 
Nella quiete del borgo, abita un artigiano dell’acciaio che incastona nella terra afasica i simboli presi in prestito dalla storia del mondo. L’uomo andò via da lì, tenendosi stretto all’ombrello, in un giorno color prugna. Prima di quel coraggio, l’uomo era un pescatore. Da bambino scolpiva le pale di fichi d’india, ammaestrava la sabbia, scavava il volto dei suoi amici con le mani sporche, dilatando la pelle, picchiettando, contro la pazienza della cavia, fino a formare dei rossori striati che solo l’acqua del mare riusciva a sfumare. Ci sono mani indifferenti al tatto e mani che diventano fauci quando vogliono fare pace con le cose di fuori. Quando il ragazzo che cresceva tra le reti e le barche fu trovato dentro un cespuglio di more selvatiche per estrarre del colorante vivo, la  madre lo portò all’Istituto d’arte di Messina come per pregarli di prenderlo e portarlo nell’oro. Lui rubò alla scuola l’essenziale e poi, in quel giorno color prugna, fuggì  a Milano, la città in cui le passioni furibonde prima o poi vengono a disciplinarsi, a convergere lungo la linea immaginaria del lavoro ordinario. La scultura, al contrario, comincia sempre con qualche dissacrazione, spacca e solleva l’asfalto, sfonda la pietra amorfa, annuncia che si è ucciso qualcos’altro prima di far nascere il resto. 

Quando le nuvole avevano disegnato in cielo una cresta di gallo, l’uomo conobbe un maestro che gli consegnò l’antidoto contro la sindrome che spesso coinvolge le campagne del nord, indurite dalla pianura infinita, fiacche di pioggia. Il maestro gli disse che esiste un laboratorio naturale, unico al mondo, una cantina piena di scartoffie verdi e blu, e che questo tugurio ha il nome di un’isola. Tornò l’uomo dalle mani forti nella terra da cui era partito, con gli stivaloni arrancò nel fango e si mise a piangere per tutta la notte, poi volle parlare con Dio per farsi svelare il nascondiglio degli asini e da quel momento uccise anche lui la superficie del mondo. C’era un fabbro poi in quella contrada sbilenca che tagliava il ferro, incurvato sotto l’albero di limoni. L’uomo lo chiamò e il fabbro gli rispose nel sonno. Neanche il tempo dei fichi che il borgo fu preda di rumori distorti, smanie telluriche provenienti dalle fucine sulfuree, ammiccamenti di martello, cigolanti pastoie, che dalla campagna risalivano sui pergolati delle terrazze imbambolate. Il mattino dopo gli abitanti del posto trovarono in mezzo alla strada un asino in acciaio, capovolto, a zampe in aria, e sugli zoccoli dell’asino barcollava una piramide. La scultura fece il giro del mondo, surreale com’era faceva tuonare le menti pacate delle pianure, lì dove il lavoro non viene mai a patti con la libertà. L’asino, venuto dall’acciaio, rideva come fa un re. L’uomo scolpì volti e visioni nelle crepe delle montagnole, così fino a riempire ogni angolo del borgo, uccidendo la roccia, sollevandone i prigionieri d’amore, rovesciando le pianure e costruendovi un castello.


Con le mani provate ora ad aprire un cedro. Non potrete fare a meno di impugnare un coltello in acciaio e sarete lieti del modo in cui questo scolpirà la scorza dura del frutto. Provate ad aprire subito dopo un concetto. Ovunque voi siate non potrete fare a meno di pinze, tenaglie, fiamme ossidriche, martelli, crepe e crepacci. Il taglio in questo caso non dovrà essere semplicemente lineare ma bisogna che aumenti, in tripla dimensione, dal fondo delle suole. Pare che in Sicilia tutte le corse finiscano in mare: servono forse gli scultori per avere delle montagne sotto gli zoccoli?

Questa storia è stata donata a Nino Ucchino, scultore. Savoca (ME).

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.