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A Novosibirsk in certi giorni d’inverno la luce dei frigoriferi ti fa brillare il pigiama. Tanto è accecante che guardando fuori, parecchi sono i segni che promettono una specie di bacio confuso tra il giorno e la notte. Tra questi c’è il silenzio. Irina guardava tutta la neve. Lei non si avvinghiava a niente, almeno così lasciava intuire la sua fronte diradata contro il vetro opaco del pullman. Guardare la neve è come non avere lo sguardo. Il mito del pensiero vorticoso, inabissato nell’industria del languore, è un parto romanticamente tedesco. Le donne russe lo sanno bene, non perdono tempo nell’affare della melanconia continentale. Il loro tempo somiglia ad una liturgia: si fa leggero di ricorrenze palestrate. Mage invece giungeva ogni tanto a carpire qualche impreciso coro di anzianità: la casa in Italia, gli amici, l’estate. Durava poco; il tempo di salutarsi prima della lezione di italiano. Mischiate come pesci ai trenta gradi sotto zero, si auguravano il buongiorno. Che poi cominciava davvero.

In Siberia il freddo fa odore. Esiste in forma di entità distinta; a volte bisogna chiamarlo per nome. C’è il freddo di Akademgorodok, il freddo dei tronchi di betulla, e i piccoli freddi del fiume Ob. 

Una mattina dal sole tardo, Agafia le apparve in sogno. Parlava dell’apocalisse, diceva che prima o poi sarebbe arrivata la fine del mondo, bisognava lasciare le città per nascondersi nella taiga e pulire l’anima con il niente e il miele. Bruciava le insegne del Mc Donald’s, recitando alcune preghiere medievali. Il collo turgido e gli occhi cerulei la vestivano come una massa profetica; la legna sulle spalle le donava un’aria rassicurante. Anche lei aveva cresciuto il suo freddo personale: lo chiamava Bily, il nome di un figlio immaginario. Quando Mage si svegliò vide un orso dietro la finestra. Si lavò il viso strofinandosi forte gli occhi, sempre rivolta alla sagoma dell’animale, gocciolando acquitrini dai gomiti larghi. Fece qualche grido per spaventarlo, impastò rumori di piatti, ne ruppe uno e poi si mise a ridere da sola. Intanto passò la processione dell’epifania; le donne cantavano con il capo coperto e gli uomini scavavano una croce nel ghiaccio per poi immergersi in acqua tre volte di seguito. Trovò anche Agafia lì in mezzo che la guardava dal centro di una coroncina di fiori come una piccola madonna. Era notte ed era giorno. I sacerdoti tenevano le icone con i guanti di lana nera, i genitori trainavano i bambini su piccoli slittini colorati. Le signore in pelliccia camminavano a braccetto, la strada larghissima li faceva sembrare minuscoli: accanto a loro due o tre palazzi in cemento armato contenevano vene di ascensori scorrevoli. Mage capì che quel posto incorreva a spasmi di congelamento alternato e che tutta la vita si era costruita intorno a tali respiri interrotti. Solido e liquido erano due imperi rivali, giudici indomabili del conflitto dell’Empedocle siberiano.

Entrò in un negozio, uno di quei franchising europei con dentro la musica a volumi isterici. Accarezzò le maglie piegate e liquidò subito le commesse satellite con la faccia sconvolta. La processione era arrivata anche lì di fronte. I sacerdoti con i guanti di lana, le signore a braccetto, gli slittini colorati, Agafia. Poco più avanti un corteo di ragazzi lanciava pigne giganti contro il centro commerciale. La musica del negozio si sentiva anche da fuori. Una donna alta in mezzo a loro, con la pelliccia lunga fino ai piedi, fece un cenno d’invito a Mage, dondolando a ritmo di musica pop. Lei si mosse appena, così come vuole l’antica legge del congelamento. Poi alzò le braccia e scelse un Cortàzar dallo scaffale di una libreria del centro, per sciogliere i muscoli e dare da bere al freddo e ai suoi prigionieri. Si allontanò ancora. Così fanno le generazioni presenti quando non hanno pigne da lanciare. Tornò a casa, mise una gamba dentro la banja. Un colpo d’occhio alla finestra e la processione era ferma lì davanti. Irina, poco più tardi, con la voce nodosa, avvertì che il giorno dopo non sarebbe passata per andare a lezione. Meno quaranta gradi fanno sì che la storia si contragga dentro una parte di scrittura senza autore, fanno in modo che si parli in versi, che si preghi, alla fine, dopo tutto contenti. L’orso ricomparve dentro casa, le preparò la colazione, le mise un baccello di vaniglia nell’acqua tiepida del bicchiere per la notte. È la giornata che passa, è lo stato di mezzo tra la notte e il giorno, il liquido e il solido, le storiografie e gli haiku. Al mattino la Nuova Siberia, Novosibirsk, la promessa industriale dell’intera Russia, tornerà a lavorare per il progresso.

Questa storia è stata donata a Magdalena, nata in Polonia, vissuta in Italia. Studia russo e insegna italiano in Siberia. 
Qui la vera storia di Agafia, ultima vivente della famiglia Lykov.


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.