Mito di Opus


Non era poi vano emanciparsi dall'onda alare dello sparviero. Una cresta bionda cominciò a intravedersi dal fondo della nuca, lasciva come una ciocca di latte caldo. Una coda. A Londra, dopo il 1996, la stessa coda selvatica tornò a incresparsi dentro un gioco di ruolo vivente, una peripezia in cui noi, muti e illibati, articolavamo un passo alla volta, come per inghiottire pasta di sale. Non era difficile: bastava mostrarsi innati, voluti per una cosa altra rispetto alla vita ordinaria. Lì avveniva l’equivoco, la maschera. Lì venivamo chiamati al mondo ulteriore. A piedi nudi, vestiti di lino. Prima di tali avvenimenti, Opus non aveva ragioni per allontanarsi da noi uomini. Tratteneva per sé tre o quattro motivi saldi fino al collo: le gambe, il bacino, le onde corvine dei baffi arguti. Ci radunava intorno a luoghi misterici e ci lasciava macerare in un bagno di domande: ad ogni indizio una chiave, ad ogni chiave una parte della trasformazione. Opus era figlio di un rapace, distante dalla terra come centinaia di poesie, e di una donna umana, discendente di Maria d’Alessandria, eremita e filosofa. La madre crebbe come creatura profetica, con una spina dorsale a forma di albero. Il primo ad accorgersene fu il figlio quando le passò una mano sulla schiena: contò uno ad uno i rami, una ad una le foglie. Anche il giorno successivo contò il tatuaggio osseo della donna. Si addormentò accanto a lei, con il terrore di avere di fianco un grande animale estinto il cui ventre fremeva da un punto sfocato, profondissimo, senza nome. Opus comprese di essere fatto della stessa materia cangiante di lei, del vuoto d’inizio e di fine che distingue un osso dall’altro: come avere dentro il corpo delle isole terrose e friabili separate da un buio incessante. Sin dalla giovane età, egli scoprì un’imprecisa costellazione stellare nascosta tra il cotile e il femore, nella terra egiziana dell’Osso Iliaco. Presto infatti le sue articolazioni divennero porte intarsiate, cuciture segrete, vani in cui riporre le risposte alle nostre umili domande, ai nostri sorrisi tremuli. La costellazione permetteva a Opus di infiltrarsi nella città virtuale del Fante Reggitore Munus, una piazza universale in cui utenti anonimi si cimentavano nel costruire una sequenza di senso compiuto: alcuni lavoravano, altri leggevano, altri ancora praticavano grottesche attività amorose. 

Una stella contenuta nelle ossa peninsulari di Opus si chiamava Caspia ed era simile ad una porta. Alcuni dicono fosse l’antico ingresso alchemico di Villa Palombara a Roma. Ma la stella era una sfasatura delle ossa di Opus e qualsiasi analogia con la realtà poteva dirsi di ordine puramente inconscio. È bene sapere che ai lati della porta storica s’imbiancano due statue simili al dio egizio Bes. Caspia, la stella dell’Iliaco, invece, raramente si mostrava a noi umani e di fianco a lei non vi erano che occlusioni e detriti. La stella era un giaciglio e come tutti i nidi d’uccello si era formata dall'unione di materiali disparati, casuali, e dalla cura intelligente di ordinarvi una funzione. Opus, con tutte le stelle che aveva dentro, una per ogni osso, trovò facilmente la strada per radunare due o più esseri umani.

Noi utenti anonimi cittadini eravamo soliti navigare a più riprese intorno al buio artificiale. Quel buio non era oscurità, né quella luce era chiarore. Le nostre ossa non contenevano né alberi né stelle. Eravamo soli, soli di fronte a noi stessi e al nostro desolato paesaggio interiore. Imparare ad attraversare il corpo fu una delle prime regole che Opus ci insegnò nella Londra del 1996 e in tutti gli altri rifugi del mondo sublunare a cui lui ci condusse nel corso dei secoli. Egli poteva fare cose tortuose come tenerci uniti, ciascuno secondo capacità. I bisogni infatti erano un concetto che la nostra generazione aveva superato con la tecnologia e la rassegnazione emotiva. Sviluppando le nostre capacità, anche i nostri bisogni aumentavano ma provenendo dall'interno non erano altro che colluttazioni tra fasci di muscoli in tensione, escrescenze nate e morte in noi stessi. Ciascuno è stato dotato di tutto il necessario – diceva – per scoprire quanto gli ingranaggi di un uomo siano simili a quelli delle foreste fitte e quanto le ossa cave siano vicine alle grotte di mare. Ciascun corpo è un fatto spaziale. Noi non volevamo far sentire Opus un maestro né un profeta, benché l’influenza della madre fosse in lui ormai impressa. Ma non potevamo che dirci affranti e ristorati, noi uomini sani, in salute di corpo e in pigrizia di mente, da quell’essere rapace nato da donna umana che dormiva come un animale estinto. Quanto il corpo possa veicolare miscele di sapienza era una verità che Opus stringeva tra i denti, a volte digrignando nel suo inferno stellare. 

Un giorno uno di noi - Geppo si chiamava - si alzò in piedi e disse: io me ne vado, voglio morire. Opus rispose: cosa cambieresti? Non saresti che un mucchio di ossa. Neanche il tempo di finire che Geppo era già sparito tra gli alberi. E poiché gli alberi erano parti ininterrotte della schiena della madre di Opus, questi fu schiacciato dal grande animale estinto, la donna madre che silenziosa si dimenava dall'alto.

Fu dopo tale episodio che Opus decise di lasciare a noi uomini il compito di ricostruire le ossa rotte di Geppo, l'arreso, e tracciare intorno agli alberi caduti la sua alchemica articolazione. Opus non lo fece per noi come un profeta o un dio. Questa non è una storia di religione. Questa non è la vita o la morte ma una cura fisica dei bagliori. Partimmo allora dal principio del mito qui narrato, intendendoci tra noi come esseri liberi di cominciare dall'inizio o dalla fine di noi stessi. Fu così che ad alcuni di noi spuntò un prolungamento della colonna vertebrale, qualcosa i cui colpi appaiono spesso nefasti, il cui apparire imbarazza gli uomini e rinvigorisce gli eroi. Quella cosa qui già citata e che adesso, crudo lettore, tu devi trovare fu una delle migliori strategie per riprenderci il nostro Geppo frantumato. Trovammo questa cosa al centro della costellazione ossea di Opus. Anche Caspia trovammo. E furono poste l'una accanto all'altra. Opus fu felice quando capì che solo quel tipo di luce avrebbe fatto tornare Geppo. E' per questa ragione, non certamente per un connubio di ossa, che le comete si dicono così belle. 

Questa storia è un dono per Ahmed. 31 anni, startupper, alchimista nerd, affetto da osteonecrosi. Per lui non basta trovare le parole giuste. Bisogna cercare quelle nascoste, inventare nuovi miti, soprattutto rispondere al suo appello qui


 

____________________

____________________

Twitter Updates

____________________

____________________

Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.