Nata, veduta


In un caldo giorno d’estate, un giorno raggrinzito di luce, la donna indossò una giacca stretta per covarvi nel segreto una forma di felicità, così come ogni donna si convince a fare ad un passo dai fianchi, in fondo al ventre, poco distante dalla vita. In un giorno qualunque la donna ben coperta s’immagina un mondo dentro. Un mondo abitabile e non lo sa nessuno. Dicono accada in un momento di distrazione, un buco di tempo dove gli altri non arrivano mai. Passato quell’attimo, la donna non desidera più quelle strane ubicazioni ma continua a passo lento a rubare frastuoni per dormire meglio. Questa però aveva lunghi capelli biondi, imbrogliati al mattino, e non badava tanto alle canzoni che il suo compagno le cantava a fiato compresso sul cuscino, per dirle che c’era ancora tanta strada tra lui, i capelli, e lei; tra lui, lei e il sonno. Lui le cantava qualcosa di sconcertante, in salita e in discesa, una specie di nubifragio di pelle. Le diceva che non c’erano mai stati capelli più lunghi di quelli, che non avrebbe dormito senza prima capire la loro direzione. Voleva dire forse desideri più arditi, baci più forti? Voleva dire forse questo? E ripercorreva allora la loro strada, dei baci e dei capelli, per riprenderseli tutti. Voleva dirle che forse avrebbero potuto  imbastire insieme anche centinaia di tane e pozzi segreti, tanto una donna può contenere tutto il mondo, si sa. 

In città era conosciuta come la sarta-in-guancia. Truccava le giovani spose, le fanciulle, le maturande. Quando arrotolava qualche ciocca sulle dita sussurrava loro alle orecchie: un giro al capello, un bimbo bello. La giovinetta fremeva con le manine aggrottate.

Una notte, dopo che il nubifragio tra lei e lui passò, seguito dagli abbracci e dalla pasta a bollire contro il cielo terso, nudo come loro, dopo che i loro corpi si fecero lontani, la donna disse che era l’inizio del mondo. E fu così. A poco a poco iniziò a crescerle dentro una forma di felicità. Precaria come code di lucertole, inaspettata, nascosta al di là di un fiume di sangue e membrane pulsanti. Ora lei era una casa e lui non potendo più entrarvi attese notte e giorno per scorgerne il suo muto abitante. La pancia della donna cresceva e si avvolgeva intorno al resto delle pance, pur restando distante da tutte, le abbracciava nello spazio che a loro mancava. Era una montagna inabissata al centro della storia. Venne poi il nome che fu dato da tutti gli uomini e le donne che incontravano per strada. Il nome era una piccola cellula di pensieri che gli altri donarono alla forma di felicità della sarta-in-guancia. Capitava che ogni tanto l’uomo cascasse sul divano, come svampito, cercandosi qualche neo, nel timore di conoscere il grembo abitato e dividerlo con la compagna per sempre. Una condivisione che li avrebbe divisi in tre o quattro parti, chissà. A quel punto l’uomo con forza cominciava a cantare. 

Avvenne che l’uscio della donna si aprì nella nebbia dei pioppi, quando in un baleno l’uomo si era convertito alla coltivazione delle azalee, per distrarsi dalla moltitudine dei pensieri. Offuscato, imbottito di vento, l’uomo intravide qualcosa che lo preoccupò. La donna si trascinò nella nebbia per molto tempo ancora, prima di partorire e chiamare per nome il suo segreto. Nell'attraversare le campagne immense, perdeva il sangue e dormiva, dormiva e perdeva il sangue. Era un foglio di squame. L’uomo allora le preparò un letto pulito, controllò la temperatura del corpo, ansimando, come se avesse visto da solo, in mezzo ad un cerchio di gru, la nascita del mondo. Apriva la porta e la richiudeva, credendo ci fosse qualcuno a cui raccontarlo. Sperando di incontrare un vicino a cui dire che lui nella nebbia, nella donna di roccia che arrancava, la sua donna, aveva visto una una bellezza oscura, incomprensibile. La bellezza stava nel fatto che la donna e il suo frutto si trascinavano nella tempesta come due rocce misteriose, due cose inverosimili che nessun’altro avrebbe potuto aiutare a riconoscersi se non loro stesse. La bellezza stava negli occhi della madre e del padre: confusi, mescolati alla fatica. La felicità stava nel ricambiare lo sguardo proiettile degli altri. Non era soltanto lei né tanto meno la nascita di quel mondo suo interno, era l'essere madre a creare una forma di contorsione insuperabile. 

Dov’erano finiti allora gli altri? Dov’era il clamore, il fruscio della vigilia? A chi poi raccontare la traversata di una partoriente in mezzo alle azalee? – si chiedeva l’uomo che apriva e chiudeva la porta di casa, immaginando di udire dei passi amichevoli. Intanto la nebbia si era diradata e la donna appariva ora più nitida. Sia la donna che il suo giaciglio erano ora pronti per chiamare gli altri. Ma chi sono questi altri? Cosa diranno? Era la bellezza prima ancora di tutto il resto -  che affiora solitamente in ritardo -  a rendere visibile l’inconsueto atterraggio di una donna abitata da un segreto. Coloro che diedero il nome alla creatura senza sapere chi fosse tornarono da lei. L’uomo li radunò sotto casa, saltellando. Voleva dire a tutti, in qualche modo, che quell'insolita forma di bellezza, uscita fuori dalla sarta-in-guancia, donna avvilita nella nebbia dei pioppi, si chiamava Roberta. Sua figlia. 

Fu così che tenendo fermo lo sguardo su di loro, i vicini, gli altri, i parenti, solo afferrandosi le braccia come un bambino, scrutandoli a mento alto, con i piedi ben piantati a terra, solo così la bellezza - ai suoi occhi fino a quel punto tanto privata -  divenne una sorta di strana felicità.

Questa storia è per Angela e Roberta, una mamma e una figlia. Le storie di nascita sono storie di sguardi. Uscire fuori non è un atto felice, né triste. E' un atto bello. E ci rende uguali.


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.