In vERita


Quando poggiò il Vangelo sul comodino, nell'orecchio di una cartuzza stropicciata, riposta al suo interno, quasi fosse un appunto per la spesa o un abbozzo di poesia, Giacomo Momo trovò una frase annerita dal tempo che a leggerla pareva suonare così: in vita vi dico che vado e che resto. Due punti  e una codina a spirale pasticciata chiudevano il reperto. Riservando tutti i dubbi al giorno dopo, si addormentò nella pallida cantilena del vicino albino che impastava ogni notte una litania sconosciuta per preparare – a suo dire – un improbabile concorso di gorgheggio gotico. Il mattino seguente Giacomo si avviò verso il seminario. Vide che la metà dei suoi compagni di corso era rimasta fuori ad osservare un pettirosso morente. Ma il dilemma di questa storia non è affatto il pettirosso. La morte fa bene a tutte le cose ex-sistenti, ossia da fuori pervenute, se vogliamo. Giacomo non badò infatti alla creatura straziata quanto all’attenzione e alla cura che i compagni riservarono a quella breve e intima sepoltura. Un gesto non abituale che lo riportò per assurdo a quel momento bianco, accecante, in cui sua madre, avvolta ancora nel sonno, preparava la colazione, con il pigiama sgualcito e la fronte sudata per il caldo della veranda, infestata dalle cipolle appese, le vigorose ampolle rosse di Calabria. Quale fosse il legame tra il pettirosso e la colazione nella mente di Giacomo non apparì lampante; quello che era chiaro invece fu la memoria saettante, la quale ad ogni gesto inatteso si comprimeva come un dattero per bloccare il giovane promesso in una specie di trans affettivo. Quella mattina Giacomo Momo si piantò a terra per circa due ore, accanto al pettirosso sepolto,  in procinto di sentire, arrovellato come una testuggine, la colazione latte e cipolla della mamma. Ci sono momenti nella vita in cui sepoltura e memoria hanno lo stesso odore fumoso di abbandono. Bugliaro, il compagno di banco, con uno strattone gli urlò contro: “muoviti su, andiamo”. Giacomo si alzò.

Il giorno dopo capitò di andare a trovare Fino Costa, il mugnaio di Roccaplacida, con la moglie e i quattro figli; sempre più gialli ogni volta che si vedevano salire dai campi verso casa, quasi fossero pruriginose mosche messe in controluce. Quel giorno Giacomo e Bugliaro finirono letteralmente in mezzo alla vita delle campagne più asciutte, per scovare i segreti delle pietre umide, rovistare la terra, bere dal tubo di gomma mentre s’innaffiano le lattughe. Non c’è niente di più ricco della terra e dei suoi vermi – diceva sempre Fino. Fino era uno che si toglieva il pane dalla bocca per i figli e lo diceva ai seminaristi che parevano tremare un poco di fronte alle sue braccia nere, ferite dai rovi, lo diceva che c’era bisogno di qualcuno che mungesse la vacca e che insegnasse ai suoi figli, quelli più grandi, un poco di storia e di italiano semplice. E forse anche un poco di religione semplice, quella che ti spiega che il mondo è anche di chi non lo vede mai. Giacomo allora si ricordò della sua insegnante di scuola media, una donna diversa da sua madre, una matrona punk dai capelli blu scolorito, imbevuta di letteratura tedesca: languori, clamori, spasmi, luminescenze che altri tipi di prigionieri, i romantici, a loro modo donavano a madre letteratura. C’era nell'arte un mondo che nessun seminarista finché è in vita dovrebbe trascurare. Andare e restare era lo stesso movimento che faceva Fino, alternando il giorno con il lavoro tra i campi e la notte protetta dal corpo della moglie; era poi la stessa altalena che la sua mamma faceva quando spariva con la testa china sul pentolino del latte; era in fondo anche l’odore del pettirosso morente. Il senso dell’andare e del restare era pure quello di Giacomo Momo. Quando all’improvviso decise di partire lontano e di mettere insieme le lattughe, la letteratura, tutta quella vita che bruciava sempre sotto i sassi più pesanti, si era bloccato come al solito di fronte alla furia del fiume da cui non seppe mai andare via.  “Non scoprirai niente che tu già non abbia trovato qui” – gli disse Bugliaro con le parole appiccicate alle mani sudate. “Lo so ma forse devo trovare un nome unico per saper chiamare quello che ho trovato qui e per fare questo devo conoscere tutto quello che mi manca.” – rispose Giacomo. “Unico? Vuoi una vita sicura, con il tuo caminetto e le tue proprietà? Vuoi le tue eredità, il tuo conto in banca, solo per renderti unico? Per dare un nome al tuo accampamento, ai tuoi piccoli eserciti?” – Giacomo non rispose. Sapeva che Bugliaro non lo avrebbe mai lasciato andare. Restò di fronte alla faccia dell’amico, era una roccia incrostata sotto le cipolle rosse di una veranda gigantesca, a tratti rideva. “In vita vi dico che vado e che resto” – la frase di Giacomo tornò la notte sul suo guanciale. A valigia chiusa ricordò che fu l’insegnante di letteratura a donargliela, in uno di quei giorni nuvolosi quando a scuola le luci a neon sembravano dire "siamo tutti malati, copriamoci bene, fuori è guerra". Quel giorno di convalescenza trasferirono la matrona in un’altra scuola dimenticata. Il ciuffo blu le copriva l’occhio allagato e anche Giacomo coprì il suo con la copertina di un romanzo di Goethe per poi inzuppare un misero "ciao prof.". 

Quando il controllore obliterò il biglietto Giacomo Momo sentì una fitta al cuore. Stava attraversando il centro della Germania, quel luogo dove il pronome di persona maschile corrisponde al monosillabo “er”. Lo incastrò alla parola vita così da farne vERità, così da renderla sua - la vita - per sempre. Bugliaro sembrava ora una cosa ferita, contrita in chissà quale angolo del seminario. Andando e restando tra le donne della sua mente e la tenerezza dei loro saluti, lontano e vicino da quelli, il Momo si accorse che da sotto la pietra del pettirosso sepolto, dai tronchi degli alberi, dalle lacrime del Rettore che lo benedì dal portone d'uscita, un urlo di voci inascoltabili continuano ancora oggi a seguirlo. Alcuni dicono siano quelle delle sue figlie, altri ridacchiano, altri ancora pensano sia un problema di coscienza. Poi ci sono i poeti, quei due o tre che trovi sopra i tetti dei centri commerciali. Loro dicono che siano le voci di una vocazione universale cui prende parte l'intero cosmo. Loro la chiamano ancora "anima". Ognuno la fa viaggiare come vuole. E ovunque si vada - sotto le pietre, tra i muschi e dentro la fanghiglia - il suo nome è sempre femminile.

Questo racconto è un dono per Alfio, ex seminarista, padre di due figlie, libero ricercatore.


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.