Il capitano di Agatina


Sabato mattina ho percorso una via del centro fino alla piazza del Duomo. Anche il cane era con me. La fontana che separa la zona della pescheria dal resto della strada segna una soglia ben precisa: da una parte i turisti, le spose, il sonno degli anziani; dall’altra il fuoco di chi deve concludere la sua giornata, il bruciore che dai pesci al prezzemolo cresce e si misura solo con il tono di voce e nell’arco di poche ore. Alla fine le benedizioni del guadagno vengono affidate ai gabbiani sporchi, disseminati sui resti di battaglia per formare una mangiatoia starnazzante. Se si prova a ad andare oltre la fontana e quella sua porta invisibile è presto fatto che si schiuda un movimento strano, la cui storia appartiene agli uomini più di ogni altra guerra mondiale o campagna napoleonica. Scendendo ancora più in fondo, al di là dei gradini, si apre poi una specie di mare. Un uomo poco lontano da me ha gli occhiali grandi e le sue pupille sembrano quelle di un grosso pesce, non riuscendo a coprirle per intero con le palpebre, queste rimangono infatti sperdute per diversi minuti a chiedermi come fossi riuscita a passare dalla fontana senza alcun tipo di imbarcazione. Rispondo che il mio sarebbe stato un giro di superficie, che non c’era da preoccuparsi. A guardarlo meglio, l’uomo indossa un ciondolo a forma di Australia. Dice che è il posto dove vive sua figlia e che per riuscire a vederla ha imparato a usare il computer, a mungere quei tasti seduto sulla sedia come un cetriolo. Lui che è uomo di mare. Con il suo dito rivolto alle scarpe, dice che decenni prima il mare arrivava fin lì, fino al bordo dei miei piedi. Poi si restrinse fino agli archi che circondano una parte della città per limitarsi infine a seguire lentamente l’andatura della costa come uno stomaco a digiuno. Quella parte di mare ora però è piena di triglie e la rete a loro più adatta è detta “a strascico”. Forse potrebbe voler dire che il saluto delle triglie è sempre più lungo rispetto a quello delle alici o delle orate, più doloroso nel suo andar via? Le pupille dell’uomo si erano intanto calmate e il suo ciondolo aperto mostrava la foto di una giovane con le labbra grandi. Si faceva fatica a distinguerlo – arreso com’era  - dagli altri pesci privi di frattaglie.

Nel frattempo il mare ritornò in silenzio ai nostri piedi; iniziai a barcollare e a rincorrere l’uomo con il cuore a forma di ciondolo che si puliva gli occhiali grandi, dondolando su e giù con l’acqua fino alle ginocchia. Un ragazzo mi disse che dopo la fontana magica il mare è intricato e pericoloso per quelli come me: si chiude e si allarga senza preavviso. Mi consigliò di entrare in una di quelle vasche azzurre e di aspettare così l’arrivo di suo zio, capitano di Agatina, antico barcone che resistette a più di mille temporali. Suo zio era l’unico in grado di dare indicazioni ai forestieri senza imbarcazione. Risposi che in realtà conoscevo bene quel posto e che non c’era davvero da preoccuparsi. Il ragazzo insistette. Rimasi nella vasca azzurra con i piedi che sporgevano penzoloni. La mia schiena curva si adattò subito a quel contenitore di fortuna. Nel frattempo il pensiero della mia inettitudine fu gentile nel non abbandonarmi subito. Immaginai la voce degli uomini e gli occhi sguainati dei pesci come parti di una stessa famelica creatura, posta fuori da qualunque storia -  scontrino, aperitivo, striscia blu, ufficio, sala d’aspetto, appuntamento, caricatura, cinema, abbigliamento vintage, commercialista, marenostrum - e tutto l’abracadabra moderno. La creatura vive in fondo al mare, nel buio più fitto, mangia, muore e rinasce senza il controllo di nessuno: si fida soltanto dei suoi stessi pescatori. Lo zio del ragazzo arrivò non appena questo mio pensiero divenne un po’ troppo lungo da ricordare. L’uomo del ciondolo era accanto a lui, fece qualche movimento brusco solo con una metà del volto. Lo presi come un saluto rassicurante. Cercai di muovermi come un’anguilla dentro la vasca che mi fu data per proteggermi, volevo che loro si fidassero anche di me, intrusa. Fu un disastro. Il vecchio zio tagliava ventri di pesce con la rapidità di chi è irraggiungibile e agisce indisturbato. Il pescatore attende e riceve quello che il mare vuole donare, il marinaio cede invece il mare alla terra per vederla più da vicino. Credo che il primo sia grato al caso o alla provvidenza e così può abitare e camminare sull’acqua, il secondo cerca il viaggio in sé e così abita nel cuore delle donne con cui cammina.

Alcuni si avvicinarono alla mia vasca di sicurezza, c’era chi arrivava con altre vasche di soccorso, chi con spintoni, altri con mazzi di prezzemolo. Volevano dirmi che prima o poi sarebbe arrivata la famelica creatura, il non questo di ogni cosa. AH! Quando lo zio Natale terminò di squarciare pesci, mi versò dentro il suo cappello, sì proprio così, e mi accompagnò all’uscita del piccolo mare. I pescatori hanno una barca in ogni dove. “Ci sono stati giorni – disse mentre io e il cappello salpavamo tozzi come conchiglioni - in cui potevi dire di esser vivo solo quando il mare si muoveva e io mi accorgevo di respirare. Il resto si ripeteva ogni giorno allo stesso modo. Mettici il fumo e sei fregato. Noi pescatori abbiamo pensieri che a finirli tutti la barca in cui abitiamo se ne va per conto suo, imbottita di noi senza di voi, di tutto quello spazio inusato senza il resto delle chiacchiere terrestri. Hai capito, no?”. Abbandonai un lieve cenno del capo alla sua saggezza. Parlava forse della solitudine? – mi chiedo – di un certo grado di purezza? Non pareva. Mentre Natale mi faceva uscire dal suo cappello e mi sistemava l’idiozia con cura sul gradino prossimo all’uscita, un’onda anomala ci travolse. Lo vidi accartocciarsi dentro l’acqua un paio di volte e riemergere quasi subito. La creatura con gli occhi di pesce e la voce degli uomini era tutto quel resto di cui parlava il vecchio pescatore, il non terra, non parola, non storia, non bene e male, non era nemmeno il mare stesso. Essa era lì e rivoltava il vecchio pescatore con l’insistenza di un muso affamato. Ma che forma aveva? – vi chiederete – E perché questo ente amorfo si fida solo dei pescatori? Solo ora mi viene da pensare che c’entri qualcosa la storia degli occhi senza palpebre. Quando chiudo gli occhi il mondo inizia a complicarsi, c’è il rischio che si sdoppi e ci sono talvolta alcuni cerchietti che cominciano a formarsi sulla testa. I pescatori e il mare hanno un rapporto concreto con gli occhi. 

Guardavo Zio Natale ridere strattonato di qua e di là da quella potenza. Mi salutava preso da una forma di solletico sconosciuto. L’uomo occhialuto e il ragazzo piazzavano intanto altre vasche azzurre intorno al loro banco di triglie. La fontana si richiuse poco dopo, così tornai nel brusio caldo della piazza. Decisi in quel momento di comprare una vaschetta azzurra anche io per sentirmi a casa. 

Racconto dono per Natale e i suoi nipoti. Pescatori. 


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.