Oro


Nel minuto pronto a passare oltre il trattino scuro dell’orologio, quel minuto che si prepara a varcare il canale bianco che separa le fette di tempo legale, nel sintomo implicito quindi di un trapasso microscopico, una durata paziente che ci tiene in piedi di fronte una tazza di caffè e il tronco spezzato di un albero, nella mestizia di una strada del centro, per quel frangente d’impotenza non dedito a nulla se non allo stare nudo delle cose, venne il volto di Ofelia a chiedere una moneta. 
Il sorriso non corroso da denti dorati si espandeva sul banco del chioschetto. Apparivamo tutti premurosi nel mantenerci al di là del tronco spezzato e del caffè chiesto, preparato, versato, guidato alle labbra cobalto. Tutti tranne Ofelia. Fu lei a dire per prima che in Romania la neve si scavalca con tutto il corpo, come per vincere – avrebbe voluto dire – contro i canali bianchi dell’orologio. La pioggia era rimasta con noi per tre giorni e tre notti: uscimmo da casa come convalescenti con la flebo ancora appesa al braccio. Le dissi che non c’era scampo per l’isola. Anche lei prima o poi avrebbe visto le nostre occhiaie da sudario strillare al futuro come capre al pascolo. Noi, i non abituati, i delicati fanciulli del sole perpetuo. 
Suo figlio era un adolescente. Chiese un caffè come uno grande, uno sicuro. Si confondeva tra i sedici e i vent’anni. Ofelia, suo figlio e io stavamo di fronte alle tazzine in bilico su qualcosa da dire, una scheggia di parola per lenire quel risveglio malato, come voler esserci in qualche modo, esserci anche per quell'albero stroncato poco lontano. Esserci per il luogo freddo su cui poggiavamo le mani. Ora però ci salutiamo in fretta e ci mettiamo a camminare. Loro disegnano una linea curva, io faccio una spirale sotto l’ombrello, una corda di passi accatastati, intorpiditi anelli che muovo come per fare un favore al vento, una condoglianza, al fondo rappreso della tazzina. Non più con me, non più qui – fuori dal corpo. Mi accorgo che la resa di Ofelia a quel tipo di scioglimento è naturale: lei si apre a qualcosa di meraviglioso. Una rivelazione. Torno indietro, traccio la spirale al contrario, rivedo la tazzina ancora sul banco – lontana ormai da me - e il tronco storpio pone sempre la stessa domanda inappetente. Attraverso la coltre di occhi curiosi, quelli che sperano di vedermi inciampare dentro la città febbrile, lì dove poco prima dell’incrostazione, nell'inganno del suo apparire, il caffè è già divenuto una brutta poesia. Intanto Ofelia indossa un foulard gitano; accanto a lei un uomo le mette in borsa degli abiti sgualciti, poi la guarda, si accende una sigaretta, la guarda di nuovo con tutto il corpo. In un’altra storia l’uomo l’avrebbe presa per un braccio e spingendola tra le macchine le avrebbe detto di raccattare almeno dieci euro, tirandole un ceffone di benedizione. In questa storia quell’uomo cerca dentro il cassonetto della spazzatura i vestiti per sua moglie. C’è un reggiseno che sembra andare bene, qualche maglia di cotone. Sono piccole cose con dentro l’odore di altri mondi. Incursioni parlanti provenienti da milioni di caffè perduti. Dal cassonetto sbuca qualcos’altro: una forma di bambino. Anche lui porta alla madre alcuni oggetti indefiniti. Il bambino è nel gioco più bello del mondo, lui lo sa. Quest’offertorio non conosce celebrante né pubblico. Sono gesti privi di imitazione, del tutto inosservati, considerati ripugnanti dalle vette dei nostri rami spezzati, certo, ma dovete sapere come il bambino nel cassonetto fosse al centro di un caldo ciclone, dovete sapere, tra i pomodori marci, quanto corallo tingesse i suoi capelli d’ulivo. 
Dicono che in Romania esistano i cercatori di oro, quelli che affondano nelle acque dei fiumi, distillando pepite luminose con il nome dei padri e delle madri inciso nelle trecce e sui bicchieri di vino. I denti del futuro si raccolgono piano intorno alle arcate della bocca e ci abitano per sempre, insieme ai morti e al sangue. In Romania la gente setaccia la pioggia dalla mattina alla sera. Il bambino e il padre fanno ora lo stesso rito dell’oro: il cassonetto è il Danubio e i vestiti sono i fiocchi di pepita. Ofelia li prende e guardandomi dice con imbarazzo che li laverà bene, che quella è stata una giornata magnifica. 
Fabrizio De Andrè - Khorakhanè
Più avanti il bambino esce dal fiume con i colori del vento ancora attaccati, mi dice ciao con una mano, poi la capovolge per cercare un’altra moneta.  Dentro la mano ci sono i residui della storia, c’è una barca. Mi chiedo se quello sporco di bambino sia una tecnica di chiromanzia. Il nostro futuro è di capre nel ciclone – come vorrei dirtelo, cara Ofelia – tra i loro versi c’è anche il belato salviniano. Non conosci? Uno che sta preparando il suo setaccio nelle televisioni, nei dibattiti tra i buoni e i cattivi, quelli che odorano di mediocrità e che presto lo porteranno al trono. Non rubare – disse il primo monito di civiltà. So che lo sai, Ofelia, tu che rubi alla neve. C’è ora un sacchetto di vestiti d’oro per te, hai un posto dove nasconderli? Il belato caprino controlla il ciclone, lo vuole fermare. Il nostro caffè ora tiene insieme la storia di tutti gli uomini, sarà utile. Noi che l’Italia unita nemmeno l’abbiamo sognata, abbiamo una storia di patria e non di popolo, Ofelia. Il belato ha paura di te e dei tuoi figli, dice che ci ruberete le case, i soldi e che avete coltelli affilati dentro i denti d’oro. Il tronco spezzato ora alza e abbassa il suo ventre ferito – al di là di questo muco di traversa. Non c’è traccia di mediocrità nella natura spietata e adesso nemmeno nei tuoi occhi, Ofelia. Sei tutto il tuo popolo. Dicono che il popolo ruba e uccide, porta via le bambine con il vento, piange e segue i suoi idoli d’oro.  E se il nostro re ruba e uccide nel ciclone, tu hai un posto dove nascondermi, lì tra le tue cianfrusaglie e i tuoi assassini? Nelle nostre case vuote le televisioni non hanno mani. Tuo figlio ne ha quattro o cinque piene di barche sicure. Vorrei anch’io poter dire che “la mia gente” attraversa il deserto con le sue roulotte fetide. So che lo sai, Ofelia. Davvero non hai un posto dove nascondermi?

Storia per una famiglia rumena. Catania, piazza Roma. 

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.