Il volume cinque e mezzo



Si mettevano tutti rannicchiati intorno al fuoco, la sua voce rompeva il freddo e poi impastava piano le immagini per farne cappotti e bracciali. Ulisse, Polifemo, Abramo, Sara, Isacco e tutti gli altri in ordine di non importanza cadevano sulle teste dei bambini e poi si rivoltavano come tonni in mattanza nella loro immaginazione. Aveva comprato con il primo stipendio di ferroviere un’intera Bibbia illustrata, quelle che cominciavano con una lettera in onciale o qualcosa di simile e che si tenevano in salotto, ben incassate tra le mensole. Lui le faceva volare in aria per augurare la buona notte ai suoi fratelli. Si faceva ascoltare. La Bibbia divenne un simbolico prodigio, iridescente;  per due generazioni egli divenne il grande narratore. Quando raccontava c’erano momenti in cui allungava i suoni delle parole per renderli più oscuri, grigiastri, misteriosi. Ad esempio: “C’era buuuuuio e tanta neeeebbia” – arricciava la bocca come una galleria. Da piccolo dicono fosse bravo a disegnare sull’asfalto immensi volti femminili con carbone e pietre gessetto. Quando finiva, le signore sbadate pasticciavano sempre qualche contorno: la borsa della spesa, il gatto, i tacchi della signorina Crosta. Contingenze stradali che andavano a sbavare il suo lavoro da certosino. 


Lui rimediava subito con un po’ di pollice e qualche giro di palmo di mano. Un giorno di tanti anni fa, venne a trovarci sull’isola di Salina. Avevo circa cinque anni quando ho cominciato a ridere con tutta la pancia. Il motivo fu una vecchia panchina della piazza, tappezzata da scritte romantiche, allusioni rabbiose, scambi di numeri telefonici, acronimi egiziani. C’era tanto di quel materiale da farne uno spettacolo. Per non parlare del volume cinque dell’enciclopedia arancione dove appariva, secondo un meccanismo magico a me sconosciuto, la metafora del corpo-macchina! Roba da far impazzire tutti i bambini anni novanta come me. Il frullatore nello stomaco, la sala computer nel cervello, le strade del sangue e la viabilità interna delle cellule. Una cosa infinita. Ora che ci penso, rimango indifferente: il volume cinque e mezzo, come lo chiamavamo noi. Il motivo risulta tutt’ora ignoto. Eppure allora sembravano avvenimenti della massima importanza. Il grande pittore di strada era un uomo semplice. Usciva da casa con un piccolo sacchetto di plastica stropicciato, dentro metteva le  chiavi di casa, una penna, un fazzoletto da naso e l’enigmistica. Essenziale. Negli ultimi tempi c’era anche una minerale piccola ma questo lo notavo soltanto io. Si pettinava i capelli bianchicci con l’acqua, come facevano i nonni quando volevano ordinarsi l’aspetto. Pitturava con un respiro ritmato, quasi stanco, e guardava la tela rivolgendo il viso da un lato e dall’altro delle spalle. Ma anche questo lo notavo soltanto io. 

Un giorno, molto tempo dopo che l’isola di Salina divenne passato, cominciarono a esistere le sue tristezze. Erano due o tre all’inizio, poi divennero centinaia e invasero tutti i suoi quadri, la sua casa e anche la macchina. Uno sciame impazzito di calabroni tristi. Lui che era grande narratore non seppe mai raccontare a nessuno questa specie di invasione. Ogni tanto diceva di sentirsi più lento: a lui bastava fare poche cose per concludere la giornata. Una mattina d’inverno mi disse di avere un segreto da confessare. Pensando fosse importante, pensai di regalargli degli abiti nuovi e di condurlo nella casetta di Rovittello con la mamma. Mi raccontò della nonna che faceva il pane dentro una stanzina con il forno. Lui iniziò a dipingere in quel posto, a piedi scalzi, con la nonna circondata di pane. Suo padre però non fu molto contento di questa bizzarra inclinazione, così lo obbligò a diventare ferroviere. In fondo non fu un male: riuscì a pagarsi una casa e tutto il resto. A guardare i vigneti di quella zona finimmo tutti per dimenticare quello che voleva dirci. Lasciò un bigliettino sul davanzale della finestrella che dava sul forno con scritto: qui non c’è più nessuno, credo dipenda dai miei quadri. State sereni, metto tutto via. L’indizio venne trovato dalla cugina Ossina.

Questa si recò presso la casa delle noci, in fondo al bosco, poco lontano dalla contrada: un luogo al centro di due strade, quella che porta al pozzo specchiato, e l’altra che conduce alle rive dei colli di giudice. Gli abitanti erano antichi arbusti ricurvi, con in testa ricci di castagne; dissero che il grande narratore aveva rinunciato alla pittura perché non vedeva più giardini né aiuole di sosta dove poter fermare il sogno e raffigurarlo con calma: i treni erano ormai troppo veloci. “La vita è come sogno sfuggente” – il titolo della sua ultima pittura a olio. Un temperamento sensibile e contemplativo – fu il cappello della critica. La casa delle noci, arguta ed erbosa com’era, conosceva bene l’uomo ferroviere; così intervenne tempestivamente nel farlo tornare vicino alla nonna di pane e al resto delle creature boschive, le sue “allegorie festose”. Passarono i giorni, le ore e i minuti, insomma passò uno strano tempo che è la vita, un tempo dei ritardi e di anticipazioni, mai un tempo esatto. La nonna di pane aveva preparato centinaia di ciambelle per l’imminente arrivo del pittore. Egli attraversò il pozzo specchiato, si confuse a vedersi così somigliante al suo riflesso. Un colpo di becco di picchio e tornò in sé. Tac! Si accostò lentamente ai colli di giudice. Erano così tozzi da ricordargli la strana macchina del volume cinque e mezzo. “Sei un ferroviere o un artista?” – chiesero i colli. “Un ferroviere che dipinge” – rispose il grande narratore. “Dipingi? O Parli?” – incalzarono. “Raccontavo per immagini quando ero ragazzo, adesso non più” – rispose il malcapitato. “Bene, allora non puoi fermarti qui, noi ci occupiamo solo di ciò che è ancora, altro che non più! – borbottarono - l’unica strada buona per il non più che rimane incastrato in questi luoghi senza tempo è la casa delle noci. Conosci?" Credo di ricordare – disse l’uomo perduto. Abbandonò i colli di giudice bitorzoluti e proseguì fino alla fine del sentiero dove gli arbusti spinosi conoscevano passato e futuro ma non il presente. Durante questo travaglio di storia, Ossina intanto ci sta leggendo lo scritto lasciato sul davanzale. Invano, tutti noi cerchiamo di decifrare le intenzioni dell’uomo con il sacchetto di plastica e il pettine a denti stretti. Persino un cenacolo di studiosi pare si raduni tra le pericolose valli del nord per tracciare la rotta della sua misteriosa sparizione. Alcuni di loro si tengono lo stomaco, altri la testa. Io rido ancora, ricordando l’uomo macchina del volume cinque e mezzo; solo in questo modo mi pare di afferrare sottilmente il segreto di quello strano ferroviere. 

Storia per Antonino Sofia, 80 anni, ex ferroviere e pittore. "Un racconto per la tua partenza, zio, giusto in caso di noia atmosferica".


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.