Le amarene di Amburgo


Nenia. Greve, molle forma di pasta che era corallo, ora è lunga quanto un chicco di riso. Risaia. Mi ricorda Venezia, oggi che sono stanco. Oggi ricordo tutto perché non parlo molto, ammucchio residui e scolature. Una massa di cantilene tutte ficcate in testa. Ne faccio una minestra, ottima per le sere d’inverno: si allunga. Quando in Germania faceva buio invece, abbassavo la luce per dimenticare subito le voci dei colleghi, piegate dentro l’aria di tutto il mio giorno. Martin cadeva sulla poltrona mentre mi diceva che sarebbe stato meglio accendersi un’altra sigaretta. Imbustò una folata di stronzate e le spinse fuori ad ogni tiro di fumo. Lo fece così bene che parvero nuvole addestrate. Ecco, adesso non ricordo né la fine né l’inizio di quel discorso; Martin però continuava a cadere L’azienda edile era il suo grande bagno di vapore, c’era troppa foschia per trovarne lo scarico. Accesi l’altra sigaretta. Come un cieco schifato dal fango misi una mano dentro l’acqua torbida. Martin non sopportava il fatto che riuscissi ad anticiparlo sempre nelle conclusioni. Non c'era niente da fare: più mi affrettavo a togliergli i cartoni da sotto i piedi, più le rane morte salivano a galla. Parlò di percorsi di reintegro, sostegno, quarantena. In quel momento mi venne in mente il volto di una ragazza, una che incontrai mesi prima sul treno per Amburgo. Proprio attaccata ai denti di Martin si presentò lei; un golfino bianco le girava intorno impazzito. C’era anche un contorno lieve di amarene che andava via dalla bocca di Martin: "devo tagliarti fuori" – rosso rosa arancio, mirtilli – "mi dispiace, non arrivo più a pagare nemmeno mio figlio" – arancio rosso rosa, fragole – "stai tranquillo, ti mando in Francia da un amico mio" – rosso giallo arancio, amarene – "quello sì che è un buon posto, fidati". Le amarene erano le guance della ragazza. Quando Martin finì di stirare i suoi bavagli, lei aveva già finito di piangere. Sì, ricordo. C’erano delle lacrime. Disse che avrebbe salutato i suoi e poi sarebbe volata in Australia. Mi fece impressione quel modo di uccidere.

A luci spente e con le rane morte tra le mani, seguivo le scuse di Martin. Disegnavo sulla sua faccia bastarda il profilo della ragazza contro il finestrino, ammansita dentro le sue cose segrete, infrante. Decisi in quel momento di sparire. Lui continuava a fare puntini, centinaia di puntini, su fogli bianchi e sigarette. Accadde che una ragazza di Amburgo fuggì e io la rincorsi senza conoscerla. Il licenziamento non fu altro che una contingenza storica a questa sovrapposizione. Mi ritrovai comunque in Francia, negando ogni forma di aiuto per licenziati: le tutele di Martin mi davano nausea. Dentro questa storia manca ancora il colore della mia faccia che per la prima volta dopo vent'anni smise di riflettersi in lui. Il fatto che dovessi avere in testa l’ipotesi di una fuga in Australia per finire in Francia non riesco a spiegarmelo. La rabbia stava assumendo una forma autonoma, incontrollabile: le amarene di Amburgo mi avrebbero liberato. Tutti rincorriamo un assurdo, una parte delle cose che non combacia con niente di materiale; questa parte contiene in sé l’angelo e la bestia, il terrore e l’aurea. Ha un colore indefinito e nessun contorno; si percepisce nella fissità di una condanna muta che ci imponiamo quasi per caso. I perplessi lo chiamano inconscio ma io credo sia qualcosa di più concreto, percepibile, forse banale. Un accessorio sconsiderato inizia a diventare una cattedrale. Nessuno dei due è più reale dell'altro, più sano. In Francia incontrai Anita che serviva una sfoglia salata al tavolo di un ristorante per turisti. La fine di questo incontro si ebbe dentro un letto di casa sua. Per un periodo riuscivamo a pagarci il sonno. Cominciai a sentirmi meno pressato dalla frutta di stagione: i miei licenziamenti divennero sottesi alibi per scardinare il Piano Marshall. In questo modo attraversai l’intera Europa. Adesso quando la notte abbraccio i miei cani, vorrei confessare loro che seguire la ragazza di Amburgo non fu una grande idea. Ma senza quelle amarene dipinte, belle e inutili, mi sarei sentito forse impopolare per questa storia.

Mica potevo prendermela con Martin. Con quelle rane, poi. Adesso sono uno che cammina, diciamo, adesso sono la strada. Quando mi portano del cibo caldo o sento che il barattolo trilla, provo a ricordare quella sera in ufficio, poco prima di abbassare le luci per far passare il mal di testa, cerco di definire quello che gli altri oggi chiamerebbero libertà, identità nomade, ventaglio di possibilità, intothewild. Quello che però dimentico sempre di raccontare è che quando perdi il lavoro a cinquant’anni, come direbbe Anita, le amarene puoi anche tatuartele sul volto ma lì intorno un migliaio di nuove ne stanno per nascere. Però questa storia è un diritto, in questa scrittura si scontano i ruoli sociali, gli spazi vitali. Per camminare come faccio io, servono scorte, coperte, cartoni, zaini. Oggetti che non sai mai dove lasciare perché se cammini non puoi trainare, se traini non cammini. Non è un fatto di wellfare, state tranquilli. Non usate con me questi termini: io ho scelto la ragazza sconosciuta di Amburgo, buon'anima, per fare la mia politica. Basta non lasciare nulla di incustodito, nessuna idea in pasto alla nazione, alle fondazioni.

Ora che questa fragile amarena mi ha reso quasi invisibile, mi viene da ridere se penso alle vostre facce libere che vanno a dormire in un letto libero, dopo aver visto liberamente un documentario su quelli come me. Rido perché somigliate un po’ a Martin quando faceva i puntini sul braccio della poltrona: nel suo mondo la parola licenziamento era qualcosa di molto vicino al non senso. Loro, i salvati, ora fumano nella penombra del dopolavoro, annaspando, proprietari di niente.

Per Thomas, 57 anni, Germania. "Io sto sulla strada perché la politica è falsa".

 

____________________

____________________

Twitter Updates

____________________

____________________

Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.