Tu mi vesti?


“Piangimi piano, ti dico. Non ammutolirti, nemmeno sfaldarti con rigagnoli curvi. Mangia.” Non aveva ancora finito di leggere l’ultima parola che il toast balzò fuori.  Affidò un movimento inconsueto alla gamba destra che si scoprì, stirò il braccio all’indietro, addomesticò lo sforzo, costringendosi a guardare in tv il respiro disordinato di un giapponese. Smise di masticare per un attimo. Non c’era tempo per quel film, lo avrebbe visto sul fianco destro, in una notte qualsiasi. Quella era la notte del Merlo Blu. Si affacciò sul mare con tutti gli occhi, quelli di sopra e quelli della schiena. Spinse fuori anche il cerchio di campanelli, così fu interamente visibile al resto del mondo. Il Merlo Blu comparve; una scheggia nell’occhio destro lo feriva. Questo accadeva e i campanelli suonavano. Lei non fu che per il canto di Merlo Blu, non fu altro che per il suo volo. Non piangeva, né si arrestava sulla soglia come essere informe. Lei era sveglia, incurante del tempo. Lei era una vestizione e il suo occhio sinistro un nido di spada.

Passò un altro giorno e il chiarore del mare bastò. Quella era la notte dalle cento stelle. Corse ancora una volta alla finestra, così come ogni notte dall’inizio della sua vita. Non calpestò alcun riccio, si tinse solo del viola buio che farciva il loro cuore salato. Disse che questa volta avrebbe estirpato la scheggia del Merlo Blu, saltando cento volte a gambe unite, una volta per ogni stella. Spinse fuori tutti gli occhi, tranne quello sinistro, l’occhio di spada. Non piangeva, né appariva come organo pallido. Lei era sul tempo. Lei non fu che per il canto di Merlo Blu e per le cento stelle del cielo. Questo accadeva e i campanelli suonavano. 

Poi l’acqua del mare si alzò dal pavimento per oltre un metro. A niente servirono i consigli sul piangere perché la scheggia di Merlo le tagliò un fianco e perse senza volerlo il conto delle stelle.

Ancora una porzione di luce, un toast rifiutato dal centro della terra e venne la notte dei gatti lunari. Appoggiò i capelli alla schiena come un soffitto inclinato per fuggire. Lei era nel tempo. Lei non fu che per il canto di Merlo Blu, le cento stelle del cielo e un gatto lunare. Cominciò a nuotare quando la raggiunse Mirto, il guardiano della casa. Si avvicinò a lei, gonfiato come un pallone vagante, e le sussurrò con una faccia da ghiro di chiudere bene l’ingresso, prevedendo un temporale. Il vento sulle orchidee e sulla consuetudine del vicinato suscitarono una domanda che non è per lo sguardo né per la profondità dell’anima: tu mi vesti? Lo disse con una prudenza maldestra, tanto che il suo volto articolò rappreso quelle parole con il tono dei farmacisti. Lei si avviò nuovamente alla finestra, saltando. Venne il Merlo Blu curato dalla scheggia e le cento stelle contate come agnelli incolore. Il gatto lunare allora balzò tra le sue braccia e le rispose di sì. Lei fu così vestita nel tempo. Questo accadeva e i campanelli suonavano.

Durante questo gioco di avanzi d’abito, venne alla finestra tutto quanto il mare. Fu primitivo e fragile come una prima notte d’amore. Il mare era nudo e le chiese di vestirlo. Lei non fu che per il canto di Merlo Blu, le cento stelle del cielo, la risposta del gatto lunare e adesso anche per il mare nudo. Per la ferita del primo donò il suo occhio sinistro, per il conto delle stelle cominciò a saltare, per la domanda del tuono respirò un gatto. Allora quando il mare implorò anch’esso una vestizione, lei abbandonò la finestra cucita a mano. Mirto spolverava le foglie finte sulla cisterna del cortile. Lei che doveva piangere piano ricominciò questa storia a ritroso, senza farsi vedere da nessuno, così permise al gatto di domandare, oltre che rispondere. Il gatto allora domandò che vestito volesse il mare. Le cento stelle del cielo aumentarono all’infinito perché i salti si tramutassero in passi e i passi in pattini, continui e aderenti alla linea. Il Merlo Blu restituì l’occhio di spada e lei si convinse della sua ferita incurabile. Il mare indossò lei, con il suo toast invertebrato e l’arrivo delle cose sanguinanti. Fino a quel momento lei non fu che l’onda, la quale ricopre e lenisce, veste e investe il sasso. Venne infine l’attesa, che è fuori e dentro il tempo, e anche questa fu una specie di vestizione. La profondità più intima era la superficie dell’acqua. La superficie non guarda, non salta, non risponde. Attende per sempre. Mirto finì il suo lavoro e si sedette. Attese a suo modo il ritorno di lei per rassicurarla sul meteo del giorno dopo. Mai più una donna vide entrare dal quel portone, nemmeno un’anima, si direbbe. Questo accadeva prima che la donna, uscita dal mare, cercò senza piangere la sua vestizione.  Non par vero ma il gioco ricominciò. E venne il Merlo, le cento stelle. E venne il gatto lunare.

Racconto dono per Marina, 30 anni, attrice. Però io sono molto legata all'acqua; riesco a muovere l'occhio sinistro perché ho un muscolo in più, ho provato a imparare i nomi delle prime cento stelle di Drowning by numbers ma ne scordo sempre qualcuna, ho sempre un gran mal di schiena e un gatto bianco mi ha trovata. (Io penso che i gatti siano risposte a domande, se è nero è no, se è bianco è sì, se è grigio o maculato è forse!)


 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.