Due penny in Somaliland


La festa era appena iniziata: si sentivano i suoni affievoliti delle percussioni affondare nel cielo gonfio di sera per poi consumarsi in striature sottili. Non avrebbe trovato subito il fondotinta con cui intavolare un patto composto con l'altra faccia della terra. Rimandò i negoziati di pace e lasciò entrare Kya dalla finestra. Il suo braccio aveva già preso il posto dei piatti sul tavolo, ossuto e pensato come il terzo elemento di una serie lunare su cui si erano scolpiti inaspettatamente milioni di ricordi. Prepararono insieme la mistura di hennè: il rituale segnava un intimo calendario immaginifico tra lei, il suo paese, gli altri sconosciuti. Kya stirò la pelle con due dita della mano e iniziò a tracciare scheletri di fiori irregolari. Allungò gli estremi, riempì i vuoti, definì i contorni delle curve. Questo fu il momento in cui Pula sorrise: tra il solletico e il pensiero di poter rivedere il suo promesso si frappose una terra di mezzo che non era né italiana, né somala, un pezzo di abitacolo intermedio dove piccoli nani da giardino intonavano canti tradizionali, abbracciati l'uno all'altro come fiammiferi. Kya continuava a solcare la pelle della ragazza. C'erano sporadiche sbavature insignificanti qui e là: il cuore, i reni, i polmoni era tutto conservato lì dentro. Ogni tanto qualche sparuto giovane veniva a offrire loro biscotti secchi, pop corn, caramelle. Accostamenti insoliti per una festa d'indipendenza in territorio straniero. Intanto i nani da giardino si muovevano innocui con le loro piccole spalle nello spazio ristretto di Pula, intarsiata di segni celebrativi. La sua pelle era la sua casa, la sua casa era la sua pelle: il sensibile confine dove passato e presente si affilano a forma di tessuto epidermico. Solo in questa cartografia di tessuto Pula canta ancora le canzoni di Somaliland, delle sue sanguinose guerre civili per rinunciare alla Somalia tutta intera. La canzone è lo strato popolare della poesia, il tassello ritmico che sostituisce i campanacci del pranzo con il richiamo primordiale della terra cotta dal sole, della rivoltosa nostalgia dell'origine. La questione è sapere chi fonda in realtà l'origine di un'ex colonia. 
Nell'altro lato della casa le altre donne danzano in cerchio, qualcuna vicina a un uomo, altre da sole formano corolle arancioni che si chiudono e si aprono, saltando sul posto. Brillano dalla testa ai piedi dentro la luce del sole a neon, rispondono alternandosi alla voce degli uomini, appartengono a logiche altre della conquista e del corteggiamento, bevono aranciata. Kya ammorbidisce i dettagli del suo disegno: adesso ha assunto la forma di una grande città floreale, avvinghiata al corpo come una tartaruga al suo carapace. Le donne battono le mani, gridano sudate che Somaliland è una terra libera. La loro voce copre quella degli uomini, gridano sudate che sembrano montagne friabili colme di stelle. Pula respira con l'ansia di chi vuole buttarsi nella mischia: il suo corpo è lo spazio e la terra è il suo corpo. Il promesso sposo entrò nella sua stanza mentre Kya stava ultimando il lavoro. Non ci sono sguardi sufficienti per poter dire il potere che ciascun elemento della coppia esercita sull'altro. Questo tipo di potere è un flusso contenuto nell'amalgama confuso dell'occhio, il solo ingegno in grado di non potersi articolare in linguaggio, la parte non misurabile delle posizioni sociali. Il ragazzo afferra bruscamente il braccio di Pula per condurla tra i festeggiamenti. Questo provoca l'ira di Kya che si lascia scappare un tratto di tatuaggio sbilenco. E' il momento in cui l'intima preparazione di una donna e della sua casa di pelle comincia a prendere il nome stonato delle sovrapposizioni. Padrone e terra, terra e padrone. Le parti cantate in modo alterno da uomini e donne stimolano il ritmo della musica, incoraggiano anche i più timidi alla danza trionfale. Il braccio di Pula non smette tuttavia di essere una casa e così, intrisa di fiori imprecisi, lei conduce il segreto della donna fuori dalla stanza. Il suo promesso le fa indossare una sottile collana di corda d'anice, le assicura di trovarla bellissima, la invita a benedire il cibo così come fanno tutte le altre donne per i loro uomini. Pula entra dalla porta del suo braccio per poter ballare da sola e cantare intorno alle mura di casa. Dura un istante. La festa non ammette tempi prolungati di assenza, così lei e lui, a braccetto tatuato, si inoltrano nel centro del cerchio danzante. Le voci delle donne seguono quelle degli uomini e insieme saltano con le braccia pesanti sulla terra di mattonelle e neon. Il loro corpo nella terra straniera, la terra nel loro corpo. Pula alza le braccia al cielo e conta le linee storte dei tatuaggi che Kya aveva tessuto per lei. Il promesso le assicura nuovamente di stare accanto alla donna più bella della festa, le dice all'orecchio che adesso sono in Somaliland e che per un attimo bisogna fare finta di danzare per la terra rossa, per i loro figli futuri, per mamma e papà che preparano accovacciati la lista delle cose da farsi spedire. Nello sguardo di lei si muovono le altre donne come centinaia di deserti insabbiati. Il promesso inizia ad avere caldo, gronda di sudore indisturbato. Si tengono per mano, alzando e abbassando le braccia. Brillano tutti nella grande casa dei loro corpi senza casa. Ma è la festa d'indipendenza e bisogna saltare sul padrone mangiato dal buio, lo stesso che adesso li ospita, lo stesso che vuole il corpo macerato in guerra. Si tengono per le braccia, vicini si offrono il cibo reciprocamente sulla terra sbucciata di intonaco. Loro sono i figli del grande sogno occidentale. Pula guarda Kya e dentro ci vede la casa sull'albero fiorito. Il promesso balla per onorare la sua vita ingenua, per la sua macchina senza chiavi, per la sua strada verso la prima notte di nozze. Passarono diversi anni prima che lui capisse che Pula era ancora una donna bambina. Almeno non si arrabbiò quando vide che il tratto sbilenco dei rami disegnati sul braccio di lei aveva con il tempo formato una leggera macchia scura, che quando Kya ci metteva di fianco il suo di braccio era come aprire una finestra di casa e lasciar uscire il fumo di cibo bruciato. Dopo tutto, la festa d'indipendenza sarebbe ritornata ogni anno e nessuno se ne sarebbe accorto. Anche Kya e Pula sarebbero tornate. Appena in tempo per dimenticare la loro storia e quanto necessario per confonderla agli occhi dell'uomo tra due tatuaggi strofinati con acqua e sapone alla meno peggio, per essere proprietà di se stesse.

Questo racconto è liberamente ispirato a Fathia, 26 anni, Repubblica della Somalia britannica indipendente. 

 

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.