A casa


Una mattina lo vidi salire le scale freneticamente. Dietro di lui trottavano svariati oggetti: un po' di spesa, una stringa sciolta, la giacca poggiata sulle spalle, tanta polvere. E come sempre, fiori. Poggiava tutto sul pavimento prima di aprire la porta, poi un gesto scomposto lo scaraventava sul volto di lei. Afferrava la sedia con entrambe le mani, lasciando il collo largo stirarsi insieme agli occhi e spingersi dalla parte opposta. Restava inchiodato al sorriso della moglie tutto il tempo utile per trovarsi finalmente seduto. Quei movimenti erano costanti da anni. Eppure la mattina, quando lo intravidi poggiare le buste, un istante prima di girare la chiave, una folata di vento entrò dalla finestra del condominio. Egli allora si rianimò, fece tre passi indietro, rimise la chiave in tasca. Fermo sul pianerottolo, cominciò a deglutire. La signora Pellinca intavolò il naso fuori dalla porta, spaventata dal frastuono d'aria. Anche Berni non esitò a tirar via tappeti e gerani dalla ringhiera. Un terzo piano difficile quello di via Frassini, un terzo piano apprensivo. Lo fissavo da sotto, con la paura si trattasse di un malore. Il giorno prima era venuto a trovarmi, come ogni pomeriggio. Mi disse che pasta e fagioli sarebbe bastata per tre giorni. Aveva un colorito senape, lo notai non appena mi salutò, piazzandomi i fiori in faccia. Rimase sospeso, lo vidi dal mio cantuccio di finestra, impietrito contro la porta. Si accese una sigaretta. Berni avvertì subito l'odore: da cinquant'anni un'impresa di pulizie igienizzava il suo appartamento. Ogni giorno, per piccole ossessioni maniacali, Berni lucidava piatti e lampadari. C'era anche un vago odore di sugo. L'ultimo tiro di veleno quando squillò il telefono. Nel rimbombo delle scale sembrò un corteo. Intanto, io mi aprivo una scatoletta di tonno. Il vento cessò. A essere franchi, nel suo lontanissimo sibilo, tutti provammo in segreto un sussulto di nostalgia. La finestra si chiuse: Pronto? Sto arrivando - disse con un certo affanno - aspettatemi. Mise il telefono in tasca, scartò i fiori e aprì la piccola porta che separava la tomba di sua moglie dalle altre. Il sorriso di lei lo attendeva come sempre. Non gli venne di prendere la sedia. Questa volta era in estremo ritardo. Le diede un bacio e scese nuovamente le scale. Quando lo vidi passare, toccò il bordo della mia foto e mi disse: "E domani margherite fresche dal giardino di zia, figliola." Che dire, certe frasi continuano a fare effetto anche dai bordi dell'eternità. 

Questa storia è per il signor Alfio che ogni giorno ( anche due volte al giorno) da sei anni va a trovare moglie e figlia al cimitero di Catania. Seduto per ore su una sedia, fuma, sorride, dorme, vive un'altra vita alla cappella di Santa Lucia, terzo piano, insieme ai suoi cari.

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Marina Guerrisi

Organismo rabdomante in tazza da tè verde.